(∂ + m) ψ = 0

Citazione

Lei disse: “Dimmi qualcosa di bello”
Lui rispose: “(∂ + m) ψ = 0”

L’equazione sopra è quella di Dirac ed è la più bella equazione conosciuta della fisica. Grazie a questa si descrive il fenomeno dell’entanglement quantistico, che in pratica afferma che: “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possiamo più descriverli come due sistemi distinti, ma in qualche modo sottile diventano un unico sistema. Quello che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce”.

Certe equazioni non tornano mai.

Rimango sempre ammirata davanti alle vite degli altri: esseri che si districano tra algoritmi imperfetti e funzioni improbabili contenute nella loro grande equazione della vita.

In qualche maniera, il risultato di queste formule straordinarie di sopravvivenza, riesce sempre a dare un numero positivo e finito.

A dire il vero, ho cercato di risolvere la mia equazione sin da piccina, ma per quanto provassi, per quanto diligentemente mi applicassi, il risultato sembrava sempre essere un numero infinito con il segno meno davanti.

I conti non tornavano neanche quando in fondo, c’erano in gioco delle semplici addizioni.

Mi sono resa conto piuttosto presto di aver qualche lacuna, di come nessuno mi avesse fornito i mezzi per creare un’equazione che avesse infine una soluzione, così mi sono dovuta un po’ ingegnare…e anche in la con gli anni, quando ero vicina a trovarne una, a mettere insieme addendi, sequenze, integrali ed algoritmi, ecco che un numero, infinitesimamente piccolo, tutto ad un tratto, cambiava, così da dover cominciare da capo.

Pensavo che forse, invece di svolgere la mia di equazione, avrei potuto stare a guardare quelle degli altri, per capire dove giaceva in me l’errore della complicazione matematica.

Ed ormai, da che che ne ho memoria, sto li ad ammirare in disparte le altrui equazioni, seduta a guardarne eseguire lo svolgimento per anni interi, nella sempre più “matematica incertezza” che la mia, non sia un’equazione risolvibile.

E’ anche vero, che quando stai li a guardare, ti accorgi che nella maggior parte dei casi, le equazioni tornano perché le persone barano. Riesco ad ammirarli anche per questo.

Cambiano un numero, un fratto, una radice minuta e perfettamente quadrata, e la funzione, torna sempre: la cosa si è complicata con il tempo, quando ho capito che il loro risultato, per sinaptiche connessioni fuor di stesto che mio malgrado legano me a questo complicato universo, influenza i numeri della mia, magari anche un ridente 2 che diventa un malinconico 1, ed ecco che, nella mia fottutissima equazione, non mi ci ritrovo più.

Così eccomi qui: a dirvi che davvero no, non riesco a risolvere la mia equazione.

Mi sono chiesta spesso se, come altri, dovrei semplicemente barare e fingere fattori diversi, sottrarre addendi, elevare a potenza l’ego ed inserire a casaccio una tetrazione, ma poi lo so che no, non sarebbe la mia equazione.

Quell’equazione che mi spinge a guardare dentro me stessa oltre il limite del sostenibile, quella che ha bisogno di capire quali siano i numeri reali e quali non appartengono al sottoinsieme dell’insieme, seppur nell’assoluta consapevolezza che la mia, è una lotta contro le leggi della fisica, che la realtà non esiste come una, ma che piuttosto la vita ne contempla numerose così come infiniti universi, dove la mia equazione si risolve, sia pur anche in un numero infinito con il segno meno davanti, ma ogni volta diverso.

Credo dipenda dai quanti. Dannatissimi quanti.

Non vogliono proprio dartela, la soluzione, si limitano a mostrarti che la tua, nel mondo reale non esiste, che nell’universo quantistico hai tutte i risultati del mondo senza averne alcuno.

Quindi lo so, che il problema poi, è un po’ tutto li: bambina un po’ smarrita in un mondo che non quadrava, sono rimasta piccola piccola, mi sono fatta piccola piccola, per non disturbare, in punta dei piedi sempre e sempre più piccola, fino a divenire un piccolo, piccolissimo quanto, in un universo con leggi che cambiano senza avvisare.

Ed in questa dimensione microscopica, ad un certo punto, mi sono semplicemente persa: talmente piccola da non vedermi, non sentirmi, non toccarmi. Talmente piccola da non permettere agli agli di vedermi, sentirmi toccarmi.

Allora mi è venuto in mente un capitolo dell’Ulisse di Joyce, Itaca, dove, Mr. Bloom cerca di spiegare a a Stephen Dedalus le sue meditazioni sull’ordine di grandezza delle distanze e dei volumi delle stelle, della durata del tempo, del numero degli organismi microscopici e delle cellule. Putroppo Bloom, non sa dare, alla fine, un risultato preciso dei suoi calcoli, spiegando il problema così:

“Qualche anno prima, nel 1886, quando era occupato con il problema della quadratura del cerchio, era venuto a sapere dell’esistenza di un numero calcolato con relativo grado di precisione da essere di grandezza tale e di così tante cifre, ad esempio la nona potenza della nona potenza di 9, che una volta ottenuto il risultato, sarebbero stati necessari 33 volumi stampati strettamente di 1000 pagine, ciascuna ottenuta da innumerevoli risme di carta India, per contenere il racconto completo delle sue cifre stampate di unità, decine, centinaia, migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia, milioni, decine di milioni, centinaia di milioni, miliardi, il nucleo della nebulosa di ogni cifra di ogni serie contenendo in breve la potenzialità dell’essere elevata all’estrema elaborazione cinetica di qualsiasi potenza di qualsiasi delle sue potenze”.

Ecco, mi chiedo se anche io non faccia poi parte di quella fetta di umanità cui le equazioni non sono risolvibili o, se lo sono, il risultato è comunque imperscrutabile.

Speravo davvero che, stavolta, l’equazione, seppur nella complessità della sua elaborazione, avrebbe funzionato.

E invece poi va sempre un po’ così: nel mio piccolo ed infinito mondo quantistico, non riesco davvero a rassegnarmi all’idea di come, certe equazioni, non tornino mai.

Lettera ad un amico dallo spazio tempo.

E’ tanto che  non ti scrivo, lo sai, la vita mi ha allontanato da tante cose, anche un po’ da te.

Volevo dirti che lo so, come ti senti, e mi dispiace.

Mi dispiace per te, ma anche un po per me, per quella strana sincronia dell’essere che caratterizza le nostre due vite singolari ed impacciate.

Sono settimane che mi soffermo con il pensiero alle nostre brevi conversazioni sull’universo, sulla solitudine. Vorrei poterti dire di averci capito qualcosa, di aver trovato la soluzione, la risposta alle nostre domande, ma a malincuore non è cosi.

Volevo però ricordarti la mia promessa.

Non aver paura, perché io ci sarò.

Dormo male, sono giorni faticosi, gli ultimi del mio trapassato passato, i primi del mio, a dire di molti, nuovo inizio.

Anche stavolta, la mia famiglia non c’era.

C’eravate solo voi. Questo non mi categorizza certamente come una persona sola, ma la solitudine, tu lo sai, è un altra cosa.

Non dipende dalla compagnia, dalle persone, ma dal nostro modo tutto sentimentale di sentire il mondo, e noi con esso.

Così, per farti sentire un po’ meno solo, ho sentimentalmente messo su Paolo Benvegnù, e mi sono messa a scriverti sciocchezze su questo strano universo, che nonostante le nostre numerose incursioni, facciamo cosi tanta fatica a decifrare.

O semplicemente, ci rifiutiamo di accettare l’indecenza, la mediocrità, l’incoerenza, la pochezza di questo mondo che tanti anni fa, ancora pieni di speranza, immaginavamo tutto diverso.

Non riusciamo ad accettare ciò che per noi è inaccettabile, nell’indifferenza della quasi totalità del genere umano, dove ciò che accade sembra appartenere ad una normalità malata, una banalità, un pattume ed un cinismo che annichilisce.

Eppure, amico mio, il rifiuto non ci aiuta, non ci aiuterà.

Ti racconterò un segreto: io, alla fine, tutto questo credo di averlo accettato. Una pura questione di comodo, credimi.

L’ho accettato al punto da poter asserire che in fondo, tutte le scelte importanti che ho fatto le ho fatte nella precisa, conscia od inconscia che sia, ricerca della solitudine.

I miei viaggi, i miei amori, i miei compagni, anche il mio ex lavoro da casa.

Dopo un’iniziale entusiasmo per l’amore “americano”, sono giunta alla conclusione che nessun abbraccio potrà salvarci. Ho scelto uomini distanti, spesso silenziosi, potenzialmente anaffettivi e con poche esigenze sessuali. Un lavoro nel quale non ero costretta a parlare del nulla con colleghi, rifiutando categoricamente tutte le conversazioni sterili del tipo hai sentito come Belen ha chiamato la figlia ( il figlio?Boh) che brutto tempo c’è oggi, chi cazzo è Belen.

Fortunata, senza dubbio.

Non tollero le persone, non tollero l’egoismo sfrenato, la tirchieria e chi colleziona denaro, non tollero i programmi demenziali cui mi costringe una televisione e dei media francamente, impazziti.

Non tollero il disimpegno, il disinteresse all’altro, la fame nel mondo, non tollero i nostri politici, i miliardari, l’iniquità, la scuola,  il sistema che uccide di dolore, che ti porta al suicidio perché prima ti insegna la competizione, ti dice che se non hai un lavoro non hai valore, poi quel valore, che ti sei conquistato da schiavo, te lo toglie. Ormai si muore e si continua a morire nell’indifferenza, di indifferenza. Non tollero chi allontana i matti, chi si prende gioco dei deboli, chi posta smielati pensieri d’amore da diario segreto sui social e poi non si cura proprio uomo  della propria donna, più spesso tradisce perché cosi fan tutti. Non tollero chi ti dice io ci sarò e poi quando serve, non c’è, chi si indigna per una bestemmia e poi picchia i propri figli, umilia i suoi cari e magari si indigna anche dei preti pedofili ma continua ad andare in chiesa. Non tollero chi esercita il potere su chi potere non ha. Detesto i sindacati corrotti, il padrone dello schiavo, chi vende le nostre industrie ai cinesi  dorme sogni tranquilli avvolto tra le sue pregiatissime lenzuola Frette. Odio la miseria, la stupidità, l’ottusità, la forma e le formalità.

In linea generale, a me l’umanità, fa decisamente ribrezzo, direi schifo, ma per ragioni puramente poetiche, non dovrei scriverlo, perché schifo è una parola decisamente definitiva.

E che dirti di me, che pure di quest’umanità faccio mio malgrado parte: tollero poco anche me stessa. Non tollero la mia incoerenza, la mia asprezza, i miei giudizi taglienti, la mia logorrea nervosa, il mio ostinato cercare punti fermi in mezzo ad un pianeta di solo mare. Odio il mio silenzio quando ci sarebbe tanto da dire, il mio arrogante sentire di avere sempre ragione; detesto il solo fatto di avere bisogni, il mio avere bisogno, il mio non riuscire a perdonare mia madre; non tollero essere ancora legata alla tristezza che l’aver avuto una madre come la mia comporta. Non sopporto la mia incapacità di creare un rapporto vero con mia sorella, i miei fallimenti, la testardaggine, la mia bilancia interiore che pesa costantemente il mio andar bene, il mio andar male. Odio essere così lontana da mio fratello e non potergli dire” torna”.

Poi la verità è che fingo di esserci per poter essere lasciata in pace, nelle mie esplorazioni.

La verità è che l’unica cosa che sono fare, che voglio fare, è esplorare: esplorare l’animo umano, la vita, i sentimenti miei e degli altri. La verità è che non credo che la mia esplorazione porterà a qualsivoglia risposta, ma in questo marasma di merda, è l’unica cosa che mi reca un po di sollievo.

Anche merda è poco poetico e decisamente definitivo, te ne do atto.

Riformulo:

la verità è che la limpidezza, che pure è cosi importante per me, è soprattutto una modalità  ingannevole e superficiale per essere lasciata in pace per vivere ed amare nel mio mondo alle mie condizioni.

Eppure, amico cuore mio, ti dico che la maschera è servita e qualcosa l’ho imparata. La maschera mi ha difeso bene, e qualcosa ho capito.

Non troverai sollievo né conforto nell’impermanente amore del singolo altro. Non ti sentirai meno solo con una donna, dei figli, una famiglia numerosa, tanti amici. Nessuno di loro, nessuna compagna saprà darti ciò che cerchi, quindi, non chiederlo.

L’unica reale soluzione, è imparare ad amarli tutti, ad amarti tutto.

E dovrai farlo da solo.

Non è una buona notizia lo so. Di gran lunga più difficile che amarne uno solo. Di gran lunga più difficile che farlo in allegra compagnia.

Cosi, sapendo che nonostante la tristezza che in giorni come questo ti avvolge, continuerai pur non volendo, ad esplorare, ti scrivo che sei solo si, ma che io ci sono. Ti scrivo che forse una risposta c’è, ma è molto possibile, altresì probabile, che sia nella direzione opposta a quella a cui ti stai rivolgendo.

Niente paura, per fortuna le nostre astronavi sono dotate del BOTTONE Salto nell’iperspazio, e possiamo viaggiare a velocità di gran lunga superiore a quella di un nostro singolo pensiero di tristezza.

Poi a lanciarti i componenti ci penso io.

Ci sono amico. Distanza “Radar”, ed anche se non mi vedi nello spazio profondo, io ci sono e ti aspetto “sull’orizzonte degli eventi di un buco nero super massivo a rotazione”.

Impareremo l’amore e ricuciremo la trama dello spazio tempo ovunque faccia male.

Viaggeremmo avanti e indietro nel tempo e la radio spaziale passerà la canzone che ormai è un po’ la nostra.

“Love is Talking”.

Chiedimi se sono felice.

Chiedimi se sono felice.

No, non stasera, stasera no.

Stasera tutto è così difficile, anche scrivere, anche pensare.

Sarà che il vuoto è freddo e la mia testa è terribilmente vuota.

Sarà che fuori è freddo.

Sarà che ho freddo.

Ho amici splendidi, una nuova casa, libri a scaldare inverni che arrivano puntuali.

Un compleanno da festeggiare. Due compleanni da festeggiare.

Amiche innamorate da celebrare.

Eppure non trovo le parole.

Non trovo le parole né risposta da dare.

Non lo so fare, non ci riesco e mi nascondo dietro apparenti logiche, concludenti auto celebrative conclusioni.

E allora chiedimi se sono felice.

Fallo all’ombra di una giornata di primavera odorosa di gelsomino,  in quell’antico giardino che tanto amavo, in un tempo a caso. Un giorno qualsiasi.

Chiedimi se sono felice davanti ad un tramonto su un litorale qualunque, di un qualunque paese.

Chiedimelo quando avrò le mani e la faccia imbrattate di vernici a caso.

Chiedimelo giocando a nascondino tra le lenzuola stese al vento di un tiepido autunno.

Chiedimelo stringendomi la vita mentre mi perdo guidando il mio acciaccatissimo motorino in una delle tante notti stellate della mia amata Roma.

Chiedimelo in silenzio,  in un chiostro antico e silenzioso.

Chiedimelo quando ti mostrerò con orgoglio  il nuovo piccolo germoglio della mia orchidea.

Chiedimelo quando stringerò tra le braccia la figlia appena nata della mia migliore amica.

Chiedimelo mentre ti spiego che il mio pianeta ospita ben più di un piccolo vulcano ed un Baobab, pur essendo infinitamente più piccolo.

Chiedimelo davanti ad un improbabile carretto di gelati che mi chiama col sonaglio da tutti gli angoli di una ormai lontana campagna inglese.

Chiedimelo mentre ti racconto una canzone.

Mentre te la canto addosso.

Chiedimelo quando ballo nel mio salone, in un locale, per la strada.

Mentre bacio i miei amati pelosissimi cani.

Mentre curo le piante di un giardino, di un orto, di un trasandato balcone lisbonese.

Mentre ripenso all’amore che ho dato.

Mentre ripenso al perdono che ho concesso. A quel perdono che ancora mi costa.

Mentre ripenso a chi ero e cosa sono diventata.

Mentre ti scrivo.

Mentre scrivo al mondo attendendo risposte aliene da lontanissimi pianeti.

Ma non stasera, stasera no.

Stasera fuori fa freddo.

Stasera è freddo  e le parole sono frecce con punte di ghiaccio.

Ed io non trovo le parole, neanche quelle gelide.

Neanche quelle sbagliate.

Neanche quelle sussurrate.

Quelle urlate e urlate male.

Non trovo le parole.

Tutto qui.

C’è che a volte mi perdo e mi perdo le parole.

C’è che a volte mi sento come Una Nave in una Foresta. 

Le uniche parole che sono riuscita a trovare sono quelle non dette.

O quelle dette mai.

Quelle che non fanno rumore.

Quelle che raccontano della mia fragilità, di un passato doloroso, di un futuro incerto, di un presente stanco.

Ma tu chiedimi se sono felice.

Non stasera, ma tu chiedimelo.

Perché basta poco a volte per rimettersi in viaggio.

Un bel ricordo, un po’ di cura, una carezza.

Basta poco per ritrovarsi quando si viaggia.

Basta poco per ritrovarsi quando si guarda sempre avanti.

“Ti chiedo di andare sempre avanti,

non voltarti mai indietro.

Un grande uomo e’ colui che comunque fa

sempre un passo avanti, in avanti,

sempre un passo avanti.”

E comunque, Buon Compleanno M.

BN -  1441

Stasera non ci sono.

 Immagine

“Spesso, con gli esseri umani, buoni e cattivi, i miei sensi semplicemente si staccano, si stancano: lascio perdere.
Sono educato. Faccio segno di si. Fingo di capire, perché non voglio ferire nessuno.
Questa è la debolezza che mi ha procurato più guai.
Cercando di essere gentile con gli altri spesso mi ritrovo con l’anima a fettucce, ridotta ad una specie di piatto di tagliatelle spirituali.
Non importa, il mio cervello si chiude. Ascolto. Rispondo.
E sono troppo ottusi per rendersi conto che io non ci sono.”

 

 

Sarà una forma di egoismo, sarà il rifiuto della banalità, del quotidiano parlare del nulla, ma io, a volte, non ci sono.

Me ne accorgo sempre più frequentemente: accade che io d’un tratto, non ci sia più.

 

 “Amo i solitari,  i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l’anima in fiamme.”

Li amo perché nonostante l’apparenza, le misure, l’ apparente leggerezza, io sono una di loro.

Io ho l’anima in fiamme ed ho bisogno di fuoco.

Io ho l’anima in fiamme, non per disagio, non per scelta.

Io ho l’anima in fiamme e non saprei vivere in nessun altro modo che non sia bruciando, silenziosamente, intimamente, nel mio mondo privato a volte inaccessibile anche a me stessa.

E’ un destino a cui mi sono serenamente rassegnata.

 

Qualche sera fa, ho riaperto sbadatamente un libro di poesie che ho odorato e letto tante volte, i cui versi tante volte avrei voluto condividere e che causa forse di lunghi , volontari periodi di solitudine interiore, ho sempre tenuto per momenti intimamente privati, dove l’unica improbabile ascoltatrice di quelle righe dense di vita, era la mia anima.

 

“ Venti Poesie D’amore ed una Canzone Disperata”.

Con lui risorge una dedica antica. Una dedica pungente, ammaliante, una dedica piena di futuro di cui ormai non rimangono che le vestigia di un flebile trapassato remoto.

 

Ho amato quella dedica quasi più del libro sul quale è stata scritta.

Amavo la persona che la scrisse più di tutti i miei libri.

 

Perché lui era un libro, lui era IL LIBRO da leggere, sfogliare, odorare. Un libro intensamente stropicciato, popolato di china fresca,  urlato con tutte le parole del mondo.

Perché lui era un libro pieno di pagine bianche che sapevano darmi sempre una nuova, sottilissima prospettiva, raccontarmi ogni volta, un finale diverso.

 

Lo amavo perché ““Amo i solitari,  i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l’anima in fiamme.”

Lo amavo perché era tutto questo e perché aveva l’anima in fiamme.

 

Che lo amavo lo seppe quando era ormai troppo tardi, quando aveva ormai smesso di desiderare, di sentire, di sognare.

Che lo amavo, forse lo seppe davvero troppo tardi, quando forse era davvero, definitivamente fottuto.

 

Non mi sono innamorata spesso nella vita.

Le persone si innamorano con una facilità impressionante, io sono sempre stata incredibilmente lenta, terribilmente selettiva.

Ho accettato spesso e  di buon grado la compagnia di ragazzi vivaci, simpatici e divertenti, ma amato, molto poco, raramente e male.

Ho celato goffamente la carenza di amore, seppur sostituendola con un’incredibile dose ti tenerezza, ma amato forse davvero troppo poco.

 

Quel poco è stato tuttavia così intenso da avermi in qualche modo intrappolato tra me stessa e lo slancio che l’amore stesso ci chiede.

Così intenso da sembrare troppo prezioso perché un flebile e triste surrogato ne prendesse il posto.

Così intenso da volerlo proteggere dal futuro che troppo spesso e troppo velocemente ne offusca il ricordo, ne cancella repentinamente i tratti più intimi e delicati.

Così intenso da volere a tutti i costi preservarne la memoria.

Così violento forse, da spaventare questa piccola, razionalissima, impacciatissima me, che ancora sente di aver compreso così poco il mondo. Che ancora  ha compreso così poco di se stessa.

 

Ho amato poco e male.

 

Io non so amare molto bene, però voler bene si, quello lo so fare.

Non sono la classica donna che qualcuno potrebbe volere come madre dei suoi figli o come perfetta donna di casa, però so prendermi cura delle cose, delle persone.

 

Cosi mentre ancora mi avventuro nelle tortuose strade della vita, pur non conoscendo l’amore, ancora ho il desiderio di fermarmi sul bordo del sentiero e raccogliere un fiore da portare ad un’amica, ancora voglio odorare il muschio che mi ricorda delle notti a far campeggio nei boschi insieme ai miei affetti, ancora voglio cercare di dare un senso a questa mia esistenza e a questo cuore che nonostante tutto, sa battere forte, fortissimo.

 

Lui è uno di quelli che ha sotterrato tutti, tranne me.

A volte vorrei lo avesse fatto, perché vederlo chiudersi in una bolla di dolore, morfinizzandosi di hashish per non sentire, non sentire più nulla, raggomitolarsi nella più improbabile ciambellina di Calabi Yau dove non c’è più spazio per l’altro, per gli altri, mi ferisce profondamente.

 

C’è chi brucia per sopravvivere e chi per disperdesi.

 

Quelli come lui mi fanno rabbia, perché magari persa, andata, spiritata, fottuta, magari assente, ma non ho paura di voler bene.

Come fai a spiegar loro che stanno buttando via la vita, come fai, quando lo fanno con una meticolosità ed una grazia che lascia senza fiato.

 

Voler bene è un dovere, quando si riceve amore.

E se di doveri non si vuole proprio sentir parlare, per anarchia, per ribellione, per indisciplinatezza, incostanza, inedia, che allora lo si voglia per umanità.

Almeno per umanità.

Chi non ha cura non merita cura, ma io non so fare molto altro, così mi prendo cura delle cose, delle persone, non per immolarmi all’oblio di chi non sa dare nulla in cambio, quanto perché la cura mi ricorda che un altro mondo, dove “voler esserci”, esiste.

 

Quel poco che riesce a dare, lo vuole dare a me.

Solo a me.

Dovrei esserne contenta.

Dovrei.

Invece sto li immobile a guardare il fantasma di se stesso svanire e sfracellarsi.

O più semplicemente, non ci sono, non ci sono più.

 

Ho smesso di amarlo, “ epilogo banale”.

Ho smesso di amarlo ma non di prendermi cura di lui.

Lui lo sa, a volte prova a tendermi la mano, ma mi vuole con le sue regole, regole che escludono qualsivoglia tipo di cura, di tenerezza, di reale vicinanza.

Posso rinunciare all’amore, posso accettare la solitudine e farne destino, ma mai potrei rinunciare alla cura che così tanto mi fa sentire umana.

Forse la cura è il solo modo che conosca per sentire il senso delle cose, per rimanere e per esserci.

 

Non tornerei indietro, ma quello che ho davanti non mi consola.

 

Non tornerò indietro, ma quelli come me, si aspettano miracoli destinati a non avvenire mai.

Quelli come me scelgono i miracoli proprio perché destinati a non avvenire mai.

 

Ed il miracolo più grande sarebbe tornare ad amare, o finalmente, imparare a farlo.

Rimetto a posto il libro di poesie, metto su Johnny Cash e mi siedo a scrivere queste righe in notturna.

 

Stasera non ci sono. Rispondo al telefono, sono gentile, educata e fingo di capire, rispondo.

La verità è che non ci sono.

 

La verità è che stasera, senza senso forse, senza logica, ma ho l’anima in fiamme.

 

 

 

 

I GIORNI CHE VALE LA PENA RICORDARE.

amicizia

5 Maggio 2014.

Cosi oggi è un giorno davvero importante.

Davvero Importante.

Oggi è il compleanno del piccolo EMME, mio amichetto del cuore e chitarrista di bagordi.

E si perchè EMME ha cuore da vendere.

Un cuore che sa contenere note, tenerezza, rabbia ed emozioni come poche persone che mai io abbia conosciuto.

Oggi è un giorno speciale, perchè quando nascono persone come EMME, sono giorni rari.

Giorni che si perdono tra le ciambelline arotolate alla nutella di Calabi-Yau, danzando su pentagrammi infiniti.

Oggi è il compleanno di EMME e si deve festeggiare, perchè giorni come questi sono preziosi.

Perchè EMME, silenzioso, c’è sempre.

Perchè EMME, timido quanto basta ed un pò introverso, sa cosa siamo le emozioni e sa accogliere quelle di chi gli sta accanto.

Perchè EMME ha la poesia dentro ed è solo per questo che riesce a vederla nelle cose, nelle persone. Solo chi ha la bellezza nel cuore sa trovarla come lui sai fare.

 

Ogni amico costituisce un mondo dentro di noi. Un mondo mai nato fino al suo arrivo,ed è solo tramite questo incontro, che nasce un nuovo mondo.”

 

EMME è un dono nella mia vita, un mondo splendido, un mondo eccezionale.

EMME è un dono nella vita di tutti quelli che lo conoscono, anche se non lo sanno.

Ma io lo so, lo so bene.

Grazie EMME per le tue note, per la tua cura, per la tua presenza, per quel cuore grande che condividi silenzioso.

Il tuo cuore si sente e si legge tra le righe dei tui post, delle foto che scegli, dalle frasi che pubblichi.

Il tuo cuore si vede quando “ Ma che fai piangi” cit e poi piangi davvero.

Si sente quando ascolti una canzone e ti accorgi  “ Quando apre” , quando “ qui serve un pò di dinamica sul basso”, quando ci insegni la cura della musica senza superbia, piuttosto con estrema umiltà e gentilezza.

Il tuo cuore si sente quando parli dei tuoi figli, che sai descrivere come solo un grande pittore sa fare, quando con loro vai ai concerti.

Il tuo cuore si sente quando ascolti una canzone “stupida, stupidissima” e lo capisci, lo capisci davvero perchè mi commuovo anche se con tutte le forze non vorrei.

 

Grazie EMME.

Grazie EMME perchè sei semplice. Grazie perchè poi tanto semplice non sei.

Grazie per tutti i pensieri, piccoli e grandi che hai per le persone che ti sono accanto.

Grazie per gli album che condividi con me.

Grazie perchè abbiamo lo stesso disturbo psichiatrico.

Grazie davvero.

 

Che sia per te un bel compleanno,  bello davvero.

Te lo meriti.

 

Grazie Maestro.

Grazie Mario, amico mio.

Buon Compleanno.

 

 

L’Amicizia
 E un adolescente disse: Parlaci dell’Amicizia.
E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
E’ il campo che seminate con amore
e mietete con riconoscenza.
E’ la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui
e lo ricercate per la vostra pace.
Quando l’amico vi confida il suo pensiero,
non negategli la vostra approvazione,
né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore
non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio,
ogni attesa nasce in silenzio e
viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall’amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate,
come allo scalatore la montagna
è più chiara della pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo
che l’approfondimento dello spirito.
Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi
lo schiudersi del proprio mistero non è amore,
ma una rete lanciata in avanti
e che afferra solo ciò che è vano.
E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea,
fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno,
ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose
il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.
 
Kahlil Gibran

 

 

 

Uno scatto da conservare.

 

Una di quelle giornate in cui il cervello è un frullatore, quando hai bisogno alla fine di mettere insieme una serie di pensieri scollegati, arruffati, in completa entropia. Ti pesi la vita e realizzi che è caotica si, ma in fondo leggera, come piace a te.

Nonostante tutto. Nonostante il mondo fuori che fai ancora così tanta fatica a capire ma davanti al quale, non ti arrendi. Nonostante una famiglia sgretolata, nonostante la lontananza dai tuoi affetti per anni, in paesi stranieri, nonostante la durezza del percorso per studiare, laurearti, per mantenerti. Nonostante quando te ne andasti via di casa a 18 anni, tutti ti dicessero che da sola non ce l’avresti fatta, nonostante tu abbia passato anni ad accudire una persona affinché non si disintegrasse, mettendo da parte un po’ te stessa, nonostante la morte di tuo padre.

I miei più cari amici, hanno sempre dimostrato un’affettuosa preoccupazione per le mie scelte così fuori da schemi logici comuni, e mai a nulla è servito cercare di tranquillizzarli. Gli amici, quelli con cui hai un legame profondo, tutto sommato, si preoccupano. Alla fine devo dire, si sono sempre arresi davanti alle mie sgangherate, metodiche convinzioni. Di questo li ringrazio, perché loro lo sanno, quanto io sia lenta dentro, e sanno anche bene quanta tenacia ci sia  quando decido che la strada,  anche se “ la meno percorsa”, la percorrerò tutta d’un fiato.

Ci volessero anni.

Ci volesse una dose massiccia di dolore. Non credo serva a nulla esplorare ciò che già si conosce.

Io non ho paura.

Ed ecco qui, che ancora mi avventuro nel mondo, in modo un po’ impacciato, con l’unico bagaglio che ho, una manciata di sorrisi. Che si, è anche vero, ogni tanto te lo perdi, il bagaglio, ma accade, nei lunghi viaggi. E’ un bagaglio leggero. Trovi sempre qualcuno pronto a rendertene un altro per rimetterti in viaggio.

Mi è sempre piaciuto viaggiare in autostop. Ed accadono cose stranissime, anche buffe, su questa strada piena di curve. Conosci persone così simili a te, persone così diverse. Conosci musica che non pensavi potesse mai essere scritta, o anche solo immaginata, tanto è bella; forme d’arte dell’anima che puoi solo stare ad ammirare in silenzio e ad occhi spalancati, tanto tolgono il fiato. Trovi una bellezza smisurata, sentimenti nobilissimi, ma anche la miseria, la grettezza, l’incomprensione, la distanza.

Eppure quando viaggi le misure che ti definiscono la vita sono assai più misteriose degli schemi in cui più o meno ognuno di noi finisce per costringersi, pur odiando le definizioni. Quando stai fermo, per esempio, il cinismo, la noncuranza, le bugie, l’oltraggio del cuore, spesso feriscono. Quando esplori e sei in cammino, semplicemente, alle emozioni tue e degli altri,  fai fotografie. Rimangono, rimangono si, sono vere, perché tu li c’eri… Tuttavia non le temi, e piuttosto che evitarle, le cerchi, perché quello scatto, proprio ti manca, proprio quello li.

..E vuoi davvero fotografarli gli occhi di quella persona così ammaccata, dolorante e ferita, perché il tuo fine è esplorare per aggiungere un altro scatto a quell’album di consapevolezza che custodisci dentro. E vuoi davvero fotografare i tuoi occhi, quando la bellezza e il dolore, indifferentemente, li schiudono di lacrime.

Un altro scatto. Scatto dopo scatto. Sperando che alla fine di questo viaggio, quando sarai costretto a fermarti, l’album ti svelerà la soluzione o la non esistenza della soluzione.. Ma ne sei certa, a qualcosa quel’album servirà. Se non altro per darlo a tuo padre, un grande fotografo che solo da poco si era messo in viaggio, dopo una vita passata a fotografare con estrema bravura, ma immobile, le stesse cose, le stesse emozioni.

Ecco che in questo viaggio, tendi la mano a sconosciuti, per ringraziarli di quel breve passaggio in autostop, apri il tuo piccolo bagaglio, e con la mano cicciottella che è la mia, prendi uno di quei sorrisi, e glie lo offri, sperando accettino questo umile ma sincero contributo, quantomeno alla benzina. E accade spesso che qualcuno il sorriso te lo tiri dietro, come anche il contrario, che lo indossino subito e che con aria leggera, ti salutino con la mano mentre scendi dalla macchina.

Mi piace parlare con le persone, mi è sempre piaciuto. Sono una gran chiacchierona. Se trovassi qualcuno che ha la mia stessa voglia di parlare passerei giorni e notti intere a colorare le parole, insieme, come un quadro a due mani. Fino a stramazzare per sfinimento da deprivazione di sonno. Si, mi piace. E succede. Si succede. Insomma,  a dirla tutta passano gli anni e succede sempre più raramente, nonostante il mio divano sia sempre un generosissimo ospite di avventori della vita. Le persone che incontri sono un po’ più dure di quando hai iniziato il viaggio tanti anni fa.

La vita lo fa: se non stai attento, ti indurisce.. E si parla sempre di meno, per sfiducia forse, per paura, per puro e semplice disinteresse all’altro credo. Piuttosto, l’altro, lo si preferisce inventarlo, inventarsi i suoi pensieri, virtualizzarlo, così che l’immagine riflessa delle cose che abbiamo rimanga uguale a se stessa e non scuota, né porti scompiglio all’immagine che abbiamo di noi stessi e degli altri.  Poi con la più recente introduzione del parallelo mondo virtuale che ci ha un po’ tutti catalizzati e haimè, me compresa, galvanizzati, le cose vanno anche peggio. Il fatto è che nonostante la mia incredibile quanto folle apertura al mondo circostante, la mia introversione spesso mi impedisce uno scambio generoso e sincero di pensieri con l’automobilista di turno. Mi limito a fare uno scatto.  Come dire, senza permesso, non parlo. Sono cresciuta cosi, con questa forma di educazione alla non invadenza dei pensieri. Una forma di gentilezza, di pudore.

Mi chiedevo oggi se vita abbia indurito così tanto anche me e credo che sebbene abbia lasciato parecchie, e talvolta profonde cicatrici, in fondo, ha voluto farmi questo regalo, questo bagaglio, questo gruzzolo infinito di sorrisi che mi rende ancora capace di provare tenerezza, belle emozioni e amore.

Amore si. Forse l’emozione alla quale fino ad ora io sia riuscita a fare meno scatti per il grande album.  Ci sto lavorando. Perché è assai difficile fare una fotografia all’amore. E’ cosi tanto diverso per tutti. E’ anche così raro. Io me la sono fatta un’idea, ma forse ho davvero troppi pochi scatti ed il viaggio è ancora tanto lungo e temo accidentato. Ho una manciata di foto che mi raccontano l’amore mio e degli altri, così variegate da non riuscire a venirne a capo.

“Io non conosco l’amore, se si affacciasse non lo riconoscerei. Per conoscerlo dovrei prendere una bella sbornia.”

Ecco, forse, la ragione dei miei due bicchieri di vino, offertimi dall’oste di turno. Credo l’amore si avvicini molto ad una forma di cura, ma anche alla volontà, la volontà di sostenersi.

L’amore per me è un mulo: Un “Mulo” si.

Wikipedia: “costituzione assai forte e robusta, rusticità, la resistenza alle malattie, l’adattabilità ad ambienti sfavorevoli”. La caparbietà” del fino alla fine. Qualunque sia il percorso, accidentato o no. E quando sei stanco, il mulo, ti sostiene. Qualunque sia il peso che ha sulla schiena, qualunque sia il peso della tua vita. Fino alla fine.

Io cerco di viaggiare leggera, così che se mai un mulo che conoscesse il mio nome passasse di qui per farsi fare una fotografia, non avrebbe da sostenere troppo, e chissà, il viaggio sarebbe meno faticoso. Si potrebbe parlare più di sogni, piuttosto che lamentarsi, raccontarsi cose divertenti, ridere, piuttosto che asciugarsi il sudore ad ogni passo. Chissà, magari il viaggio sarebbe un po’ più lungo, e quando ti diverti, il tempo comunque passa in fretta, ed è sempre troppo poco.

C’è che ai muli oggi giorno si preferiscono i cavalli, più belli, indomabili, seducenti, delicati, attraenti, fieri. L’ umile ma resistente ed altrettanto affettuoso mulo non se lo caga nessuno. Semplicemente lo sguardo tende a posarsi su forme esteticamente idealizzate, piuttosto che sulla semplicità del quotidiano, di chi ti tende una mano.  Pare sia umano, dicono, ma io questa serie di scatti ancora non l’ ho completata, quindi non citatemi. Per me, tutto il resto è desiderio, senza nulla voler togliere a quest’altra bellissima e complessa emozione (di questa ho tantissimi scatti, è parecchio comune), indi per cui, non interessante ai fini della di cui sopra solitaria discussione e del tutto speculativa.

Tutto questo per ringraziare i miei amici, i miei affetti, più o meno consolidati, vicini e lontani, per dir loro che ho un album pieno di loro foto nel mio cuore, di stare tranquilli, perché cercherò sempre, anche solo con il mio iphone interiore, di collezionare questi incredibili momenti che ho avuto la fortuna di condividere con loro. Un piccolo tesoro indelebile che semmai dovesse loro servire, custodirà tutti i loro sorrisi, insieme ai miei.

Mio fratello. Gibbo. Valentina, Giorgia, ManuManu, Sandra, Ilaria, Angela. Lorenzo. Tyson. Alessio, Eugenio, Marco, Stefano, Paolo, Luciano. Gaetano ed i Pirati. Daniele e il Tetto tutto. Lella e Raf, Valerio, Poppy e Mina.

Simon, Phil, Diego, Ian, Paul, Edoardo. Emiliano e anche quello stronzo di Pippo. Matteo,  Luciano, Gabriellone. Marco, Mario, Viola, Federico, Alex. Virginia, Nandosan, Guido Jedi Spega, Papero, Mara, Il Grinch e questo cesso di WordPress.

A voi, ed a tutti quelli che vorranno uno scatto del cuore da conservare, un passaggio sul mulo, un sorriso.   Immagine