Uno scatto da conservare.

 

Una di quelle giornate in cui il cervello è un frullatore, quando hai bisogno alla fine di mettere insieme una serie di pensieri scollegati, arruffati, in completa entropia. Ti pesi la vita e realizzi che è caotica si, ma in fondo leggera, come piace a te.

Nonostante tutto. Nonostante il mondo fuori che fai ancora così tanta fatica a capire ma davanti al quale, non ti arrendi. Nonostante una famiglia sgretolata, nonostante la lontananza dai tuoi affetti per anni, in paesi stranieri, nonostante la durezza del percorso per studiare, laurearti, per mantenerti. Nonostante quando te ne andasti via di casa a 18 anni, tutti ti dicessero che da sola non ce l’avresti fatta, nonostante tu abbia passato anni ad accudire una persona affinché non si disintegrasse, mettendo da parte un po’ te stessa, nonostante la morte di tuo padre.

I miei più cari amici, hanno sempre dimostrato un’affettuosa preoccupazione per le mie scelte così fuori da schemi logici comuni, e mai a nulla è servito cercare di tranquillizzarli. Gli amici, quelli con cui hai un legame profondo, tutto sommato, si preoccupano. Alla fine devo dire, si sono sempre arresi davanti alle mie sgangherate, metodiche convinzioni. Di questo li ringrazio, perché loro lo sanno, quanto io sia lenta dentro, e sanno anche bene quanta tenacia ci sia  quando decido che la strada,  anche se “ la meno percorsa”, la percorrerò tutta d’un fiato.

Ci volessero anni.

Ci volesse una dose massiccia di dolore. Non credo serva a nulla esplorare ciò che già si conosce.

Io non ho paura.

Ed ecco qui, che ancora mi avventuro nel mondo, in modo un po’ impacciato, con l’unico bagaglio che ho, una manciata di sorrisi. Che si, è anche vero, ogni tanto te lo perdi, il bagaglio, ma accade, nei lunghi viaggi. E’ un bagaglio leggero. Trovi sempre qualcuno pronto a rendertene un altro per rimetterti in viaggio.

Mi è sempre piaciuto viaggiare in autostop. Ed accadono cose stranissime, anche buffe, su questa strada piena di curve. Conosci persone così simili a te, persone così diverse. Conosci musica che non pensavi potesse mai essere scritta, o anche solo immaginata, tanto è bella; forme d’arte dell’anima che puoi solo stare ad ammirare in silenzio e ad occhi spalancati, tanto tolgono il fiato. Trovi una bellezza smisurata, sentimenti nobilissimi, ma anche la miseria, la grettezza, l’incomprensione, la distanza.

Eppure quando viaggi le misure che ti definiscono la vita sono assai più misteriose degli schemi in cui più o meno ognuno di noi finisce per costringersi, pur odiando le definizioni. Quando stai fermo, per esempio, il cinismo, la noncuranza, le bugie, l’oltraggio del cuore, spesso feriscono. Quando esplori e sei in cammino, semplicemente, alle emozioni tue e degli altri,  fai fotografie. Rimangono, rimangono si, sono vere, perché tu li c’eri… Tuttavia non le temi, e piuttosto che evitarle, le cerchi, perché quello scatto, proprio ti manca, proprio quello li.

..E vuoi davvero fotografarli gli occhi di quella persona così ammaccata, dolorante e ferita, perché il tuo fine è esplorare per aggiungere un altro scatto a quell’album di consapevolezza che custodisci dentro. E vuoi davvero fotografare i tuoi occhi, quando la bellezza e il dolore, indifferentemente, li schiudono di lacrime.

Un altro scatto. Scatto dopo scatto. Sperando che alla fine di questo viaggio, quando sarai costretto a fermarti, l’album ti svelerà la soluzione o la non esistenza della soluzione.. Ma ne sei certa, a qualcosa quel’album servirà. Se non altro per darlo a tuo padre, un grande fotografo che solo da poco si era messo in viaggio, dopo una vita passata a fotografare con estrema bravura, ma immobile, le stesse cose, le stesse emozioni.

Ecco che in questo viaggio, tendi la mano a sconosciuti, per ringraziarli di quel breve passaggio in autostop, apri il tuo piccolo bagaglio, e con la mano cicciottella che è la mia, prendi uno di quei sorrisi, e glie lo offri, sperando accettino questo umile ma sincero contributo, quantomeno alla benzina. E accade spesso che qualcuno il sorriso te lo tiri dietro, come anche il contrario, che lo indossino subito e che con aria leggera, ti salutino con la mano mentre scendi dalla macchina.

Mi piace parlare con le persone, mi è sempre piaciuto. Sono una gran chiacchierona. Se trovassi qualcuno che ha la mia stessa voglia di parlare passerei giorni e notti intere a colorare le parole, insieme, come un quadro a due mani. Fino a stramazzare per sfinimento da deprivazione di sonno. Si, mi piace. E succede. Si succede. Insomma,  a dirla tutta passano gli anni e succede sempre più raramente, nonostante il mio divano sia sempre un generosissimo ospite di avventori della vita. Le persone che incontri sono un po’ più dure di quando hai iniziato il viaggio tanti anni fa.

La vita lo fa: se non stai attento, ti indurisce.. E si parla sempre di meno, per sfiducia forse, per paura, per puro e semplice disinteresse all’altro credo. Piuttosto, l’altro, lo si preferisce inventarlo, inventarsi i suoi pensieri, virtualizzarlo, così che l’immagine riflessa delle cose che abbiamo rimanga uguale a se stessa e non scuota, né porti scompiglio all’immagine che abbiamo di noi stessi e degli altri.  Poi con la più recente introduzione del parallelo mondo virtuale che ci ha un po’ tutti catalizzati e haimè, me compresa, galvanizzati, le cose vanno anche peggio. Il fatto è che nonostante la mia incredibile quanto folle apertura al mondo circostante, la mia introversione spesso mi impedisce uno scambio generoso e sincero di pensieri con l’automobilista di turno. Mi limito a fare uno scatto.  Come dire, senza permesso, non parlo. Sono cresciuta cosi, con questa forma di educazione alla non invadenza dei pensieri. Una forma di gentilezza, di pudore.

Mi chiedevo oggi se vita abbia indurito così tanto anche me e credo che sebbene abbia lasciato parecchie, e talvolta profonde cicatrici, in fondo, ha voluto farmi questo regalo, questo bagaglio, questo gruzzolo infinito di sorrisi che mi rende ancora capace di provare tenerezza, belle emozioni e amore.

Amore si. Forse l’emozione alla quale fino ad ora io sia riuscita a fare meno scatti per il grande album.  Ci sto lavorando. Perché è assai difficile fare una fotografia all’amore. E’ cosi tanto diverso per tutti. E’ anche così raro. Io me la sono fatta un’idea, ma forse ho davvero troppi pochi scatti ed il viaggio è ancora tanto lungo e temo accidentato. Ho una manciata di foto che mi raccontano l’amore mio e degli altri, così variegate da non riuscire a venirne a capo.

“Io non conosco l’amore, se si affacciasse non lo riconoscerei. Per conoscerlo dovrei prendere una bella sbornia.”

Ecco, forse, la ragione dei miei due bicchieri di vino, offertimi dall’oste di turno. Credo l’amore si avvicini molto ad una forma di cura, ma anche alla volontà, la volontà di sostenersi.

L’amore per me è un mulo: Un “Mulo” si.

Wikipedia: “costituzione assai forte e robusta, rusticità, la resistenza alle malattie, l’adattabilità ad ambienti sfavorevoli”. La caparbietà” del fino alla fine. Qualunque sia il percorso, accidentato o no. E quando sei stanco, il mulo, ti sostiene. Qualunque sia il peso che ha sulla schiena, qualunque sia il peso della tua vita. Fino alla fine.

Io cerco di viaggiare leggera, così che se mai un mulo che conoscesse il mio nome passasse di qui per farsi fare una fotografia, non avrebbe da sostenere troppo, e chissà, il viaggio sarebbe meno faticoso. Si potrebbe parlare più di sogni, piuttosto che lamentarsi, raccontarsi cose divertenti, ridere, piuttosto che asciugarsi il sudore ad ogni passo. Chissà, magari il viaggio sarebbe un po’ più lungo, e quando ti diverti, il tempo comunque passa in fretta, ed è sempre troppo poco.

C’è che ai muli oggi giorno si preferiscono i cavalli, più belli, indomabili, seducenti, delicati, attraenti, fieri. L’ umile ma resistente ed altrettanto affettuoso mulo non se lo caga nessuno. Semplicemente lo sguardo tende a posarsi su forme esteticamente idealizzate, piuttosto che sulla semplicità del quotidiano, di chi ti tende una mano.  Pare sia umano, dicono, ma io questa serie di scatti ancora non l’ ho completata, quindi non citatemi. Per me, tutto il resto è desiderio, senza nulla voler togliere a quest’altra bellissima e complessa emozione (di questa ho tantissimi scatti, è parecchio comune), indi per cui, non interessante ai fini della di cui sopra solitaria discussione e del tutto speculativa.

Tutto questo per ringraziare i miei amici, i miei affetti, più o meno consolidati, vicini e lontani, per dir loro che ho un album pieno di loro foto nel mio cuore, di stare tranquilli, perché cercherò sempre, anche solo con il mio iphone interiore, di collezionare questi incredibili momenti che ho avuto la fortuna di condividere con loro. Un piccolo tesoro indelebile che semmai dovesse loro servire, custodirà tutti i loro sorrisi, insieme ai miei.

Mio fratello. Gibbo. Valentina, Giorgia, ManuManu, Sandra, Ilaria, Angela. Lorenzo. Tyson. Alessio, Eugenio, Marco, Stefano, Paolo, Luciano. Gaetano ed i Pirati. Daniele e il Tetto tutto. Lella e Raf, Valerio, Poppy e Mina.

Simon, Phil, Diego, Ian, Paul, Edoardo. Emiliano e anche quello stronzo di Pippo. Matteo,  Luciano, Gabriellone. Marco, Mario, Viola, Federico, Alex. Virginia, Nandosan, Guido Jedi Spega, Papero, Mara, Il Grinch e questo cesso di WordPress.

A voi, ed a tutti quelli che vorranno uno scatto del cuore da conservare, un passaggio sul mulo, un sorriso.   Immagine

I am on my way.

 

Ci sono concerti che ti fanno sentire bene.

Quei concerti che ti fanno sentire al tuo posto. La musica è la tua, la senti, la indossi, ti parla del tuo mondo.

Ci sono altri concerti che ti fanno sentire terribilmente fuori posto, o che forse, più semplicemente ti ricordano che hai quasi 40 anni, anche se te ne senti parecchi di meno.

Ci sono concerti poi dove una canzone, magari una sola, una di quelle troppo, davvero troppo romantiche, si piantano nella tua testa e nei piedi, e tu, immobile, rimani granitica.

E ci sono, tra quelle stupide canzoni, testi e musiche semplicissime, banalissime, che ripudieresti mille volte e mille altre ancora, troppo, davvero troppo romantiche per una come te, troppo commerciali, troppo frivole, troppo stupide che tuttavia riescono a paralizzarti: rimani li, pura massa nello spazio vuoto, con gli occhi vagamente umidi e pensi a cosa cazzo stai facendo li.

Io non ci credo.

Sono immagini per ragazzini acerbi, spensierati, senza bagaglio.

Sono invenzioni letterarie per rendere il viaggiò più interessante, ma no, non ci credo.

Non ci credo più.

Non ci credo.

Ci credevo una volta.

Tanto tempo fa, quando come Mr Bartleboom, conservavo un diario pieno di lettere d’amore e poesie per uno sconosciuto che avrei certamente incontrato, assolutissimamente, un giorno, sulla mia strada, incrociato.

Ecco tutto.

Ci credevo davvero e no, non ci credo più, ma mi commuovo ancora quando penso che era bello, davvero bello crederci.

O forse è solo uno strato sottile di ghiaccio che si scioglie, da questo Iceberg che sono diventata, quello che stasera ha deciso di inumidirmi gli occhi.

Conscia che domani il ghiaccio tornerà, decido dunque di godermi questi piccoli attimi di malinconia solitaria, sapendo che non ho nulla da temere, che domani, musica frivola o no, stupida o no, il ghiaccio mi abbraccerà di nuovo, li a proteggermi dai piccoli fallimenti sentimentali, dalle credenze infantili, dai sogni che da tanto, non sogno più.

Chiudo gli occhi, indosso le mie cuffie in bluetooth per potermi addormentare cullata da pensieri terribilmente adolescenziali, ben consapevole che mi sveglierò domani, ed Io tornerò ad essere Me, quella musica non mi dirà più nulla e la vita tornerà a scorrere con le sue usuali, inutili quanto imperturbabili certezze.

“I Wasn’t there the moment you first learned to breathe

But I’m on my way

On my way

 

I wasn’t there the moment you got off your knees

But I’m on my way

On my way

Lay down

And come alive in all you’ve found

All you’re meant to be

 

And for now

Just wait until the morning light

And close our eyes to see

Just close your eyes to see

A tear must have formed in my eye

When you had your first kiss

But I’m on my way

On my way

 

So leave a space deep inside for everything I’ll miss

Cause I’m on my way

On my way

Lay down

And come alive in all you’ve found

All you’re meant to be

 

And for now

We’ll wait until the morning light

And close our eyes to see

Just close your eyes to see

 

And when you feel no saving grace

Well I’m on my way

On my way

 

And when you’re bound to second place

Well I’m on my way

On my way

 

So don’t believe it’s all in vain

Cause I’m on my way

On my way

The light at the end is worth the pain

Cause I’m on my way

On my way

 

I’ll be there the morning you come out in white

Cause I’m on my way

On my way”

Immagine

Il sapore del pane ferrarese. Rewind, Reblog, Rethink.

“Il Sentimento delle cose”. Paolo Benvegnù

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“Quando lo vedo mi viene da piangere, a volte. Mi diede un compito per casa, una volta. Voleva che le descrivessi il sapore del pane ferrarese. Ci davamo spesso compiti per casa. Per pensarci e dedicarci del tempo anche quando non stavamo insieme. Perché è il tempo che ho dedicato a lei che la rendeva così speciale. Perché nonostante le sue spine era molto fragile. Non voleva conoscere il sapore del pane ferrarese: voleva che mi esprimessi.” 

Pensieri e ricordi, L’amore di Diegosan, (11 Febbraio 2007)

Parlando con qualcuno qualche giorno fa, non ricordo neanche chi fosse, è  uscita fuori una brevissima divagazione sul “pane ferrarese”.

Mi è venuto subito in mente un vecchissimo post che avevo pubblicato in tempi non sospetti su Windows Live, 7/8 anni fa, quando vivevo a Londra, poi involontariamente migrato qui con il passaggio a WordPress.  

Diegosan è una splendida persona, che ho avuto modo di frequentare tanti anni fa. Avevo copiato dal sul blog un post che aveva scritto per me, quando ormai la nostra storia era finita da un pò.

Il motivo che mi spinge, stasera, a ribloggarlo, nasce da una domanda che mi ha fatto porre nel rileggerlo.

Ero davvero così fragile?

Mi chiedo quanto io sia cambiata in questi  quasi 7 anni.

Sono meno fragile oppure solo più forte?

Oggi mi guardo e non vedo una persona fragile.

Vedo si, una persona con le sue personalissime fragilità, ma certo, non una persona fragile.

Non so dire se lo fossi davvero. Non so dire se lo sia veramente mai stata.

Forse, più semplicemente, capita a volte che delle vite si scontrino e con esse i propri personali talloni d’Achille.

Potrebbe essere chiunque.

Una qualsiasi persona random conosciuta in un altrettanto qualsiasi contesto.

Due amanti.

Un allievo ed il suo ingegnante.

Una madre ed una figlia.

Temo che i nostri si fossero schiantati con la potenza di una bomba a fusione termonucleare incontrollata.

Mi piace molto la parola “fragilità”.

E’ una parola gentile, una parola soffice se non fosse per quella R che fa sorgere il sospetto che la faccenda non sia poi così semplice.

Associo a questa parola gentile, in modo del tutto personale e soggetto ad incompletezza, una particolare forma di sensibilità e gentilezza che amo molto, pur sapendo come certe inclinazioni dell’animo, possano anche partorire mostri.

…E se si fosse sbagliato, Diegosan, e avesse confuso la fragilità con la sensibilità?

Cosa porta alla discrepanza tra quello che vedono le persone guardandoci e come ci pensiamo noi?

E’ importante che sia solo un pensiero, una proiezione, una raffigurazione nostra o dell’altro, o che esista una verità oggettiva sulle inclinazioni del nostro essere Noi?

Non ho una risposta. Stasera, a naso, direi di no.

Forse l’unica cosa che sento davvero importante e che alla fine l’esperienza ci renda più corazzati per affrontare meglio le eventuali esplosioni di bombe a fusione termonucleare incontrollate del cuore.

Che l’età ci renda più saggi.

Il tempo, più sereni.

No.

Non sono una persona fragile, ciononostante, so di avere un tallone d’Achille.

Potente e potenzialmente devastante.

E no, non ne scriverò.

I proprio punti deboli, non si svelano mai.

L’Amore ai tempi di Tyson

Immagine“Bella giornata, la tua ingombrante presenza nel mio cuore, ma manchi, sempre, tanto, costantemente, ogni volta che sei a meno di 3 metri da me. 

Manchi quando non possiamo stare insieme perché lavori,  così come quando dal salone vai nella tua camera e sul divano aspetto il tuo ritorno.

Manchi insanamente, ma umanamente.

Così umana, non mi sono mai voluta sentire: eppure con te accade e si,  anche se un po’ mi vergogno, insanamente, umanamente, manchi.

Buonanotte Tisone. “

Ho riletto per caso questo messaggio inviatogli mille Kalpa fa.

E’ stato bello rileggerlo. E’ stato bello ripensare a lui.

E’ stato bello sentirmi umana.

E’ stato triste pensare che con tutto l’amore che c’era, non potevo e non sono riuscita ad aiutarlo.

Strange Days

" Aveva questa voce che metteva paura. Come se lei potesse sentire e innalzare tutta la rabbia del mondo fino al cielo, unicamente con la forza della sua voce.
..E le ho promesso che sarei rimasto sempre li con lei, pronto a proteggerla.
Non posso dimenticarla quella promessa. ".( dal film Stange days, Lenny Nero).

Ecco, pensavo, sarebbe stato bello che qualcuno mi avesse amato così, mi dicevo.
Poi il film finisce che lui si innamora di un’altra.

Vedi, neanche più con i film ti puoi consolare.


La Legge di Bolzmann

 

 "Caro, qualcuno te la tradurrà. e naturalmente mi dispiace che per conoscerne il contenuto tu debba ricorrere a un interprete cioè a un testimone, anzi un giudice, della nostra storia. Se potessi, la scriverei in francese: lingua che so alla perfezione. Ma non posso. Non voglio, non devo, e non è colpa mia se il caos del signor Boltzmann include la babele delle lingue: il disordine che meglio di qualsiasi altro esprime l’esattezza del suo S=K ln W. L’ho impresso nella memoria, vedi, ti ascoltai bene la notte in cui me ne parlasti. Registrai tutto: dall’angoscia che ti incutono i latrati dei cani randagi e i chicchirichì dei galli impazziti all’incubo della testa decapitata dentro l’elmetto e della bambina schizzata a capofitto nel water; dalla crisi nella quale ti rotoli col timore di essere stato ridotto ad un albero nano al sogno di riprender lo studio della matematica e trovarvi la ricetta per vivere, capire l’incomprensibile, spiegare l’inspiegabile, insomma la risposta all’S= K ln W. La formula della vita. Quel lungo discorso fa parte di me, ormai, e dirò di più: ingelosita dal fascino che il signor Boltzmann esercita sulla tua mente, ho cercato di scoprire chi fosse costui. Sono stata in biblioteca e tra le notizie biografiche, nato a Vienna nel 1844, docente di fisica e matematica all’università di Graz poi di Monaco eccetera, ho trovato un particolare sconcertante: non morì di vecchiaia o di malattia. Morì suicida. (In Italia, guarda che coincidenza. Nel castello di Duino, presso Trieste.) Povero Boltzmann.Forse non resse alla sconforto d’aver dimostrato ciò che anche i neonati intuiscono, l’invincibilità dell Morte, e con coerenza le si consegnò prima del necessario. oppure concluse che oltre a costituire il traguardo inevitabile di qualsiasi cosa o creatura la Morte è un sollievo, un riposo, e le andò incontro per impazienza. Stanchezza. Mi chiedo se potrei imitarlo. E sebbene non escluda che in alcuni casi la Morte sia in grado di offrire riposo e sollievo, sebbene ciò che si pensa o si desidera oggi non corrisponda spesso a ciò che si pensa o si desidera domani e ogni domani sia una trappola di cattive sorprese, Mi rispondo di no. Non credo che potrei imitarlo, andare incontro alla Morte per impazienza e stanchezza. Ammenochè…

No, no. io non mi arrenderò mai, non mi piegherò mai, alla sua invincibilità. Sono troppo sicura che la Vita sia il metro di tutto, la molla di tutto, lo scopo di tutto, e odio troppo la Morte. La odio nella misura in cui odio la solitudine, la sofferenza, il dolore, il vocabolo addio… Sì, il vocabolo addio. V’è qualcosa di perfido nel vocabolo addio, qualcosa di sinistro, di irreparabile. Non per nulla lo dice chi muore, si dice a chi muore. Ecco perchè non voglio udire l’addio-Ninette che pronunceresti se salissi nella camera con le finestre aperte sulla Pineta. Ecco perchè ti lascio questa lettera e non salgo in quella camera. Ecco perchè rinuncio a passare un’ultima notte con te e con le illusioni, gli equivoci, che l’amore fisico si porta in grembo.
"L’amore fisico mi piace, te ne sarai accorto. Ma il motivo per cui mi piace non sta nel brivido con cui ci inebria e ci consegna all’oblio. Sta nella compagnia che ci regala e con la quale ci rincuora, nel conforto che proviamo a possedere un corpo da cui si è attratti: unire il nostro corpo a quel corpo, sentircelo dentro e addosso. Alcuni sostengono che l’amore fisico non è che un mezzo per procreare, continuare la specie, ma si sbaglian di grosso. Se non fosse che questo, gli esseri umani si accoppierebbero soltanto quando hanno un uovo da fecondare cioè come gli animali. (Ammesso che gli animali si accoppino veramente per fecondar l’uovo e basta.) No, l’amore fisico è assai più di un mezzo per continuare la specie. E’ un mezzo per parlare, comunicare , farsi compagnia. E’ un discorso fatto con la pelle anzichè con le parole. E, finchè dura, niente strappa alla solitudine quanto la sua materialità. Niente riempie e arricchisce quanto la sua tangibilità. Però è anche la più potente droga che esista, la più grossa fabbrica di illusioni e di equivoci che la natura ci abbia fornito. La droga, appunto, dell’oblio. L’illusione che l’oblio duri per sempre. L’equivoco di venir amati con l’anima da chi ci ama esclusivamente col corpo, da chi per egoismo o paura rifiuta le assolutezze dell’amore, preferisce il falso succedaneo dell’amicizia. Il tuo caso. In che modo me ne sono accorta?


Caro, eccettuata la notte in cui mi spiegasti che l’universo finirà con l’autodistruggersi perchè l’entropia è uguale alla costante di Boltzmann moltiplicata per il logaritmo naturale delle probabilità di distribuzione,. Con le parole ci siamo detti assai poco io e te. Col corpo invece ci siamo detti molto, ed io non ho perso una sillba di ciò che dicevi. Il nostro non è che un contatto epidermico, dicevi, un esercizio di sesso, un’appagante ginnastica, un dialogo fra sordomuti. Non mi basta, dicevi, preferisco l’amicizia. Peccato che tu non abbia udito neanche una sillaba di ciò che dicevo io. L’amicizia non può rimpiazzare l’amore, dicevo. L’amicizia è un ripiego effimero, artificioso, e spesso una menzogna. Non aspettarti mai dall’amicizia i miracoli che l’amore produce: gli amici non possono sostituire l’amore. Non possono strappare alla solitudine, riempire il vuoto, offrire quel tipo di compagnia. Hanno la propria vita, gli amici, i propri amori. Sono un’entità indipendente, estranea, una presenza transitoria e soprattutto priva di obblighi. Riescono ad essere amici dei tuoi nemici, gli amici. Vanno e vengono quando gli pare o gli serve, e si dimenticano facilmente di te: non te ne sei accorto? Oh, andando promettono montagne. Magari in buona fede. Conta-su-di-me, rivolgiti-a-me, chiama-me. Però, se li chiami, nella maggior parte dei casi non li trovi. Se li trovi, hanno qualche impegno inderogabile e non vengono. Se vengono, al posto delle montagne ti portano una manciata di ghiaia: gli avanzi, le briciole di sè stessi. E tu fai la medesima cosa con loro. No, a me non basta l’amicizia. Io ho bisogno d’amore. Ho bisogno di amare e d’essere amata con gli obblighi dell’amore, le scomodità dell’amore, le assolutezze e le tirannie dell’amore: l’amore del corpo e dell’anima. Ne e ho bisogno come si ha bisogno di mangiare e di bere, dicevo, ne ho bisogno per sopravvivere. E poi dicevo: amami e lasciati amare, caro. Non sono un’incantevole statua di carne e nient’altro, non sono una stupida che apre bocca solo per gorgogliare let-us-make-love. Sono…

"Chi sono? All’inizio volevi saperlo. Lo volevi con tale forza che, per saperlo,a Junieh frugasti nella mia borsetta. (Vidi, caro, vidi) E la notte in cui mi parlasti di Boltzmann ti accontentai. Ti raccontai chi era mio padre e perchè non posso non voglio non devo parlare francese. ti rivelai chi era l’uomo che amavo e che mi amava col corpo e coll’anima. Ti confessai le ragioni per cui nascondo la mia identità e negli alberghi sostituisco i documenti con laute mance. Poi mi scoppiò un’atroce emicrania,a toccare certi argomenti mi scoppia un’atroce emicrania, e troncai il discorso. Non ricordo se lo troncai con una risata o con un singhiozzo, ma ricordo che lo troncai rifugiandomi nelle tue braccia e che il gesto ti dette fastidio. Ti offese. Bè, se tu volessi ancora sapere, lo riprenderei quel discorso. Ti lascerei addirittura copia delle carte che cercavi nella mia borsetta. Carte che forniscono il mio vero nome e il mio cognome, la mia data di nascita, il mio indirizzo, e che in certo senso riflettono la storia di questa città: passato felice, presente disperato,, futuro assai incerto. Aggiungerei che nel passato felice avevo tutto ciò che una donna privilegiata può desiderare, che nel presente disperato non ho nulla eccetto un’assurda àncora a croce e le troppe cose che posseggo ma disprezzo. (Ingratitudine dei ricchi, lo riconosco… So bene che piangere a stomaco pieno e in una bella cosa è meglio che piangere a stomaco vuoto e in una stamberga… Però e a costo di suonar banale ti rammento che essere ricchi non significa essere fortunati. Tantomeno felici). Ma la tua curiosità per me s’è esaurita, lunedì sera ne ho avuto la prova definitiva, e questo m’autorizza a riassumere il mio ritratto in una battuta: io sono Beirut. Sono una sconfitta che rifiuta di arrendersi, una moribonda che rifiuta di morire, sono un gallo impazzito che canta alle ore sbagliate, un cane randagio che abbaia nella notte. Nè me ne vergogno. C’è tanta infelicità nei chicchirichì di quei galli, c’è tanta vitalità nei latrati di quei cani, e credi: non abbaiano solo per sbranarsi, per conquistare il marciapiede colmo di spazzatura. A volte abbaiano per procurarsi un compagno da amare e da cui essere amati, e se ci riescono diventano i cani più mansueti del mondo. Se non ci riescono e si vedono respingere, invece, rientrano nella loro tana e ci restano. Se non ci restano, è per tornare indietro un’istante: rivolgere a chi non li ha voluti una scodinzolata di blando rimprovero. Infatti si rendono ben conto che il bisogno di amare è un bisogno da lenire in due ma che la sua quantità o qualità non è quasi mai bilanciata, nei due, da simmetria e sincronismo: quando è disponibile lui, non è disponibile lei; quando è disponibile lei, non è disponibile lui… Oppure sono disponibili insieme però a lenire il bisogno di lui basta una sorsata, a lenire il bisogno di lei non basta un fiume, e viceversa. Secondo me l’anatema che Dio scagliò contro Adamo ed Eva cacciandoli dal paradiso terrestre non fu tu-partorirai-con-dolore, tu-lavorerai-con-sudore. Fu: quando-lui-ti-vorrà,tu-non-lo-vorrai; quando-lei-ti-vorrà-tu-non-la-vorrai.

"Dulcis in fundo. ti sarai chiesto perchè scelsi te, ospite ignoto, straniero incontrato a causa di una spinta accidentale, per lenire il mio bisogno d’amore. E la risposta ti ferirà. No, caro, non ti scelsi perchè hai grandi occhi azzurri e un bel viso pensoso e un corpo che attrae: ti scelsi perchè quegli occhi e quel viso e quel corpo resuscitarono in me gli occhi e il viso e il corpo di qualcuno che è morto e che ho molto amato. ti chiederai anche perchè, a dispetto del tuo caparbio respingermi, invece di riamarlo attraverso di te ho amato te. E la risposta ti consolerà. Perchè non si può amare un morto in eterno, la vita lo impedisce anzi lo proibisce, e perchè nella tua cerebrale freddezza tutto in te è così vivo. E’ viva la tua crisi, sono vive le tue rivolte, le tue disubbidienze. Sono vivi i tuoi dubbi, i tuoi laceranti sforzi di capire l’incomprensibile, spiegare l’inspiegabile, è vivo il tuo sforzo di negare l’S=K ln W che ti ossessiona. Ma allo stesso modo in cui non si può amare un morto in eterno, non si può amare in eterno chi non ci ama. E da oggi non ti amo più, non ti voglio più. Non ti vorrei nemmeno se tu mi amassi, se tu fossi venuto all’appuntamento per dirmi che hai scoperto di amarmi. Cosa che mi sorprenderebbe, intendiamoci: il signor Boltzmann ti ha influenzato a tal punto che per essere veramente amata da te dovrei morire come… Anni fa lessi un libro che mi infuriò: il romanzo di un uomo non amato che una notte di maggio muore ucciso su un’autostrada. Muore e, pentita di non averlo amato, l’intera città corre al suo funerale. Piangendo dietro la sua bara di cristallo grida: "Vive! Non è morto, vive! Vive vive vive!" Allora lui sorride uno strano sorriso, e sai che cosa vuol dire il suo strano sorriso? Vuol dire che per essere amati a volte di deve morire. No, grazie. Nonostante questo sterminato bisogno d’amore io non sono disposta a morire per essere amata da te.
Soltanto se anelassi al sollievo e al riposo che in alcuni casi la Morte è in grado di offrire potrei imitare il signor Boltzmann, andarle incontro, consegnarmi a lei. Ma in tal caso sarei pazza. Più pazza della pazza che a Chatila canta e balla intorno alla fossa comune…
Ti saluto mio bell’Italiano, mio ex compagno di solitudine. Ti volto le spalle e ti auguro di trovare la formula che cerchi. La formula della Vita. Esiste, caro, esiste. Io la conosco. E non sta in un termine matematico, non è una sigla o una ricetta da laboratorio: è una parola. Una semplice parola che qui si pronuncia ad ogni pretesto. Non promette nulla, t’avverto. in compenso spiega tutto ed aiuta. Tua, anzi non più tua, Ninette."
da "Inshallah", Oriana fallaci

 

 \frac{\partial f}{\partial t}+ v \frac{\partial f}{\partial x}+ \frac{F}{m} \frac{\partial f}{\partial v} =  \frac{\partial f}{\partial t}\left.{\!\!\frac{}{}}\right|_\mathrm{collisioni}

 

Gliela lessi una volta, tanto tempo fa. Pensavo avesse capito.

A volte capita che per spiegare agli altri chi sei ti perdi…

 

Me

 
Rows and floes of angel hair
And ice cream castles in the air
And feather canyons evrywhere
Ive looked at clouds that way

But now they only block the sun
They rain and snow on evryone
So many things I would have done
But clouds got in my way
Ive looked at clouds from both sides now
From up and down, and still somehow
Its cloud illusions I recall
I really dont know clouds at all

Moons and junes and ferris wheels
The dizzy dancing way you feel
As evry fairy tale comes real
Ive looked at love that way

But now its just another show
You leave em laughing when you go
And if you care, dont let them know
Dont give yourself away

Ive looked at love from both sides now
From give and take, and still somehow
Its loves illusions I recall
I really dont know love at all

Tears and fears and feeling proud
To say I love you right out loud
Dreams and schemes and circus crowds
Ive looked at life that way

But now old friends are acting strange
They shake their heads, they say Ive changed
Well somethings lost, but somethings gained
In living evry day

Ive looked at life from both sides now
From win and lose and still somehow
Its lifes illusions I recall
I really dont know life at all
Ive looked at life from both sides now
From up and down, and still somehow
Its lifes illusions I recall
I really dont know life at all.

 
Inchini e fluttuare di capelli d’angelo e castelli di gelato in aria
E canyon di piume ovunque, così vedevo le nuvole.
Ma ora bloccano il sole e basta, piovono e nevicano su tutti.
Avrei fatto talmente tante cose, ma ho incontrato le nuvole.

Ho guardato le nuvole da tutti e due i lati ora,
Dall’alto e dal basso, e ancora, non so come,
delle nuvole ricordo solo le illusioni.
In verita’ non conosco affatto le nuvole.

Lune e giugni e ruote di ferryboat, sentire vertigini, voglia di danzare,
come ogni favola diventa realtà; ho guardato all’amore in questo modo.
Ma ora è un’altro spettacolo, e li lasci ridere quando te ne vai
E se t’interessa, non lasciare che lo sappiano, non ti svendere.

Ho guardato l’amore da tutte e due le parti ora,
Da quello del dare e quello del prendere, e ancora, non so come,
dell’amore ricordo solo le illusioni.
In verita’, non conosco affatto l’amore.

Lacrime e paure e sentimenti, orgogliosa di dire "ti amo" ad alta voce,
Sogni e schemi e folle di circo, ho guardato così alla vita.
Ma ora i vecchi amici si comportano in modo strano, scuotono la testa e dicono
Sono cambiata.
E Vabbe’… Si perde sempre qualcosa, e qualcosa si guadagna vivendo ogni giorno.

Ho guardato la vita da tutti e due i lati ora,
Dalla vittoria alla sconfitta, e ancora, non so come,
della vita ricordo solo le illusioni.

In verita’, non conosco affatto la vita.

No, non conosco affatto la vita.

Joni Mitchell

http://uk.youtube.com/watch?v=JqQlfFuQFXo&feature=related