Notti di straordinaria buffezza

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Ascoltando canzoni terribilmente leggere.

 

Serate come questa meritano almeno qualche riga: per ricordare e ridere, ancora un po’.

 

Ancora un po’.

 

Non faccio altro da ore.

La serata di per se,  non ha forse nulla di particolarmente diverso dalle altre 1000 in cui i piedi non smetterebbero mai di ballare.

 

Però stanotte ridevo, ridevo, ridevo di quel riso funambolo, a metà tra un film comico ed un tipo di felicità, dovuta assolutamente a nulla.

NO, non è stato l’alcol.

 

Notti come queste non hanno bisogno di una colonna sonora: o forse proprio non la puoi trovare una colonna sonora per notti come questa, tanto, la serata, è stata così piena di tutto.

Ci vorrebbero mille canzoni,  o almeno quasi quante ne ho ascoltate da quando ho ripreso il motorino, abbracciando per la seconda volta in 1 settimana il buttafuori che ormai mi riconosce quando arrivo, e soprattutto quando vado via, pretendendo di partire sempre e comunque senza togliere la catena.

 

E da sola ridere. Ripensarci e ridere.

E con lui ridere.

E di nuovo, mettersi in moto, verso casa, e continuare a ridere.

Fermarsi da sola al bar, per cappuccino e bollente cornetto alla crema, e si, ancora, immancabilmente, ridere.

Guardare la bariste polacche con un fare vagamente stalinista.. e ridere.

Salutare, seduto ad un tavolino,  un solitario sconosciuto che ti ha seguito con lo sguardo “ Buonanotte anche a te”, e si, sorridere.

Domandarsi cosa cavolo ci fanno 3 ciotole per cani, vuote,  rispettivamente rosa, rossa e celeste allineate sul marciapiede fuori dal bar, nel cuore della notte e ridere.

Stanotte ho avuto un’illuminazione: il mondo spesso è buffo. A tratti sa essere terribilmente gretto e meschino, ma se lo guardi dalla giusta prospettiva, è davvero buffo.

Sono buffe le persone, le cose che accadono.

E sono buffi i ragazzi che credono che tu non sai, i ragazzi che non sanno che tu senti, eccome se senti, e senti molto più e meglio di loro.

I ragazzi sono buffi e se ne trovano di tutti i tipi.

I più simpatici sono i Collezionisti: i tipi che ti devono conquistare, che ogni weekend vanno a caccia di prede, passano ore in chat, a caccia di ragazze con cui farsi video ( non ho capito bene se per praticare in seguito sano autoerotismo e per caricarli su Youporn e farsi applaudire da una manica di sfigati) . A titolo puramente chiarificativo non ho nulla contro i video amatoriali, ma miseria, spererei di tenere certe forme di erotismo a dimensioni quantomeno più intime e private.

Tentano con nonchalance di farti sentire splendida, riempiendoti di vuoti complimenti: lo vedi il loro sguardo quando improvvisamente, vagamente narciso, si dicono “Ok, è quello giusto, agganciata”.

E tu abbassi il tuo e fai la timida.

Perché se davvero riuscissero a guardarti, se davvero ti vedessero, se davvero ti leggessero, capirebbero che non hai abbassato lo sguardo per timidezza, ma per non ridere. E magari ci giochi anche un po’ con loro, senza malizia, giusto per tenerti  impegnata un po’ di tempo ( 1 ora, una settimana e anche due) tra una risata e l’altra.

 

Non hanno interesse, né forse tanto meno le capacità, di leggere tra le pieghe del tuo sorriso, che vorrebbe solo comunicargli “ dai, ti puoi fermare, sei splendido anche senza tutte queste moine, sei unico anche se non te ne porti a letto una ogni sera, sei figo anche se non mi emozioni poi cosi tanto”.

 

Ci sono poi i Trombadores del weekend, spesso in libera uscita da relazioni stanche che sono capaci di dirti che non hanno mai conosciuto una tipa splendida come te e che amano la loro donna alla follia nella stessa frase e senza intervallo alcuno.

 

Ci sono i Quanto so figo, quelli la cui migliore presentazione,  dopo neanche 27 secondi di conversazione “  Siamo grandi, tu mi piaci, sei donna, andiamo a casa mia. “

C’è anche chi ti dice “ andiamo a casa tua”, ma a quelli veramente, lo sguardo timido non riesco proprio a farlo ed esplodo puntualmente in una fragorosa risata senza neanche lo scrupolo che si sentano un po’ cretini.

Anche perché i ragazzi quasi mai si sentono cretini.

 

Sarà, io mi ci sento spesso:  mi vedo buffa, faccio cose buffe, dico cose parecchio assai buffissime, ma raramente direi cose così cretine: “A casa mia? T’ ho visto mezzo nanosecondo, nun me ricordo manco come te chiami e non so manco se me lo hai detto, e tu mi chiedi di venire “ A casa mia”?

 

E ce ne sono tanti altri ancora.

 

Ieri un ragazzo mi ha chiesto “ Non hai paura di rimanere sola?”.

No. Non ho paura, avrei voluto aggiungere anche che la mia buffezza già da sola basta e avanza, di uomini buffi a farmi compagnia per poche ore ne faccio volentieri a meno.

Intendiamoci, la solitudine non è bella, quasi mai.

Intendiamoci, se non sono buffi, magari anche la compagnia di poche ore può diventare una situazione piacevole. Anche senza conoscersi, si può dare valore all’essere umano che ti ha scaldato una notte, con passione, o tenerezza, o mille risate. Si, si può e credo si debba ringraziarlo, quantomeno omaggiandolo con un bel ricordo da portarti dentro, e, certamente, un sorriso.

 

Emozioni. Sembra che siamo rimasti in pochi a sapere cosa siano, quale potenza creativa, quale forza primordiale riescano a sprigionare.

Emozioni:  queste sconosciute, tanto confuse tra eccitazione ( e non parlo di quella sessuale) , desiderio e mille altre.

 

Abbasso lo sguardo e mi chiedo, quanto tutta questa gente non sappia di perdersi barattando la propria umanità  per la pochezza di una tristissima e squallida notte di sesso.

Io per fare l’amore mi devo emozionare. Per fare sesso mi devo emozionare. Io non sono una bicicletta, non è che “pedali e giro le ruote.”

 

Emozioni, così rare che si ha paura, non solo davanti alle proprie, anche davanti all’emozione dell’altro.

Impauriti, confondono l’emozione dell’altro con una fragilità, una debolezza, se non per una forma di violenza, quasi come se pensassero che attraverso questa potessi derubar loro l’anima.

Ingenua quest’ orda di mediocri,  brancolante in un mondo così spento, così banale, così uguale a se stesso.

 

Io sono emozionabile.

Io mi emoziono e non mi importa che sia per un una notte con un tizio qualunque che mi ha fatto tanto ridere, per una poesia, per una musica sensualissima, per un lettera inaspettata.

Non c’è aspettativa nella mia emozione. C’è solo una potente meraviglia.

Io mi emoziono e non ho bisogno che l’altro faccia altrettanto per sentire improvvisamente e contemporaneamente tutta la bellezza e la buffezza del mondo.

Io mi emoziono e basta.

Non ho paura di mostrare la mia tenerezza, fosse anche per una notte soltanto e poi mai più.

E no, non ho paura di rimanere sola perché so, che fin quando sarò in grado di sentire con questa intensità , di emozionarmi e di vivere con pienezza tutta la sorpresa di questa vita strampalata che è la mia, di sentire la magia e di crearla, sarò sempre in splendida compagnia. Ben più splendida di un fidanzato tristemente borghese, di un marito annoiato, di notti random con tizi davvero improbabili, di ginnastica erotica per stabilire il record di prodezze di Tantra.

 

No, non ho paura: non ho paura perché voglio una vita straordinaria, amori straordinari, passioni straordinarie, e non mi accontenterò di niente di meno.

Niente di meno.

Perché me lo merito. Perché ce lo meritiamo tutti.

 

 

Ero arrivata li con un’amica stasera, era bellissima, si meritava una bellissima serata e l’ha avuta.

Indossavo il mio buffo sorriso stasera, era verissimo.

 

E si, magari “sola”, ma io stasera, non so come spiegarvelo, ma ero proprio, davvero, sinceramente ed onestamente felice.

 

Non rileggo (avrò scritto la parola emozione almeno 569856 volte), ma perdonate, vado ad immergere, sorridente, la testa nel mio buffissimo cuscino, che stasera, ha assunto una vaga e strampalata forma di cuore.

 

 

L’Amore ai tempi di Tyson

Immagine“Bella giornata, la tua ingombrante presenza nel mio cuore, ma manchi, sempre, tanto, costantemente, ogni volta che sei a meno di 3 metri da me. 

Manchi quando non possiamo stare insieme perché lavori,  così come quando dal salone vai nella tua camera e sul divano aspetto il tuo ritorno.

Manchi insanamente, ma umanamente.

Così umana, non mi sono mai voluta sentire: eppure con te accade e si,  anche se un po’ mi vergogno, insanamente, umanamente, manchi.

Buonanotte Tisone. “

Ho riletto per caso questo messaggio inviatogli mille Kalpa fa.

E’ stato bello rileggerlo. E’ stato bello ripensare a lui.

E’ stato bello sentirmi umana.

E’ stato triste pensare che con tutto l’amore che c’era, non potevo e non sono riuscita ad aiutarlo.

Viaggio notturno.

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Stanotte portami al mare.

Davanti ad un forno che odora di pane. Davanti ad un forno che odora di casa.

Portami a vedere dove sei nato, dove andavi a scuola, dove hai fatto l’amore per la prima volta, dove hai capito cosa volevi diventare, o dove ti sei perso per sempre.

Portami  nel quartiere dove sei cresciuto, sulla spiaggia dove per la prima volta andasti da solo con gli amici, alla fermata  dove aspettavi l’autobus per andare a scuola.

Portami dove hai fatto l’esame di guida per la tua patente.

Portami a vedere dove giocavi a pallone, dove ti rifugiavi, dove compravi il gelato d’estate.

Portami sull’astronave che quella notte di tanti anni fa hai immaginato per te.

Portami a quel concerto che ti ha fatto piangere.

Portami dove lei ti ha lasciato.

Portami a fare un lungo e brevissimo  viaggio dentro scampoli di te.

Per una notte, una soltanto, voglio camminare su quella luna sbeccata e sentire l’eco di quei passi.

Lontana.

Sarò discreta.  Sarò silenziosa.  Sarò invisibile.

Non aver paura.

Stanotte ti terrò con tutte le forze.

Per tutta la notte che posso.


Portami li, stanotte.

Portami li.

Insonnia

Coldplay, Amsterdam – Live 2003, da ascoltare. 

insonnia2…E come dice Mario, tanto si sente quando c’è aria di blog, e sempre come cita lui:
Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni? L’uomo che non dorme si rifiuta più o meno consapevolmente di affidasi al flusso delle cose“

Memorie di Adriano

Dormo poco.
Mi accade spesso, soprattutto nei momenti della vita nei quali mi sento felice.
Non è successo nulla di nuovo, nessun amore, nessun nuovo lavoro, niente di nuovo.
Non dormo, ormai sono mesi. Come se tutta questa felicità mi obbligasse a vivere voracemente anche i momenti più silenziosi e notturni, quando posso fare una carezza in più alle mie belve, quando posso occuparmi di progetti fantasmagorici e bizzarri come forni galattici per fare biscotti in orbita spaziale, quando posso ascoltare la musica a tutto volume in cuffia guardando fuori un cielo stellato che mette paura tanto è bello, quando posso sperimentare la ricetta di una nuova torta, quando posso scrivere, scrivere sul blog, pensare alla prossima favola che scriverò, quando posso ricordare bene, ricordare meglio, mettere a fuoco tutto, la giornata, le settimane, o anche un solo attimo, decisivo, che sembrava essere andato perso.

La mia insonnia è una benedizione e paradossalmente rende le mie giornate più intense.
Una persona che ho amato, ormai in un passato remoto tanto passato da sembrare trapassato, usava chiamarmi H24.
Uno dei tanto nomignoli affettuosi affibbiatomi dai miei più cari amici negli anni ed anche uno di quelli che ho sempre tenuto caro ed indossato con un certo orgoglio.
Perché quando non dormo, io lo so: so che sono felice, so che voglio vivere e che allo stesso tempo non ho paura di morire, che se morissi ora, morirei davvero contenta, e se proprio fosse ora ( se ci penso rido) morirei avvolta nel piumone a mo di esquimese nonostante temperature ancora tiepidamente rinfrancanti, con la sigaretta di Jigen in una mano e la tazza di latte e orzo caldo nell’altra in omaggio al mio papà.
Se mi trovassero domani, si troverebbero davanti un buffo cartone animato con il sorriso sulla faccia e davvero troppe poche ore di sonno.

Sono felice e so che poiché non dipende da nulla, nulla potrà portarmi via questo pezzetto di mondo nel quale oggi camminavo a testa alta, con il sorriso e la curiosità di una bambina con il cestino pieno di meraviglie sconosciute, tutte da scoprire e catalogare, raccolte qua e la, durante le perlustrazioni diurne e notturne.

So bene che non sarà cosi per sempre, che così come ci sono stati, torneranno anche i momenti decisamente no.
So bene che quando chi sceglie, come me, di vivere la vita con intensità e passione, deve inevitabilmente pagarne il prezzo con emozioni di portata mastodontica, e questo vale tanto per la felicità quanto per la tristezza.

Eppure nulla mi toglie dalla testa di essere una persona incredibilmente fortunata, con la possibilità di emozionarsi sempre e comunque, solo facendo un piccolo salto a piè pari dentro me stessa. Ovunque mi trovi. Magari con una bella, bellissima canzone nella testa, a tutto volume, che mi distrugge le orecchie, si insidia nel cervello e mi tocca il profondamente l’anima.

Quando ero “più ragazza” pensavo che si, belle le emozioni, ma se poi non trovavo qualcuno con cui condividerle, ecco che mi sentivo viva a metà.
Oggi, io e le mie due adorate pelose con cui partecipo la casa ed il cuore, pensiamo fermamente che per quanto quel desiderio di condivisione è destinato ad accompagnarci per sempre, perché condividere è bello, perché condividere è umano, la vera conquista di questi lunghi e difficili anni, non sia stato un uomo, un compagno per la vita, ma scoprire che il vero senso di tutto è intrappolato proprio tra l’attimo esatto in cui “sento” ed il momento in cui “realizzo” il mio stesso stupore (autocitazione).

Cosi oggi, passeggiando per Roma con uno sconosciuto la cui mente mi ha gradevolmente  stupito, ascoltando un piccolo concerto imbastito in una piazza qualunque, in un pomeriggio qualunque, parlando con una delle mie migliori amiche e scoprendo cose di lei che, dopo tanti anni, ancora non sapevo e che mi hanno piacevolmente sorpresa, passeggiando a notte fonda davanti al Foro di Augusto illuminato di Blu nella magnifica cornice della mia Roma Antica, ripensando ad Apollodoro di Damasco, alle lunghe email piene di sorrisi scambiate in questi giorni con un altro esploratore incallito del mondo, ho “sentito” e “ realizzato” molto più di quanto le persone non facciano in un intero anno.

E sarà la sonnolenza cronica che riesce a spegnere più spesso la testa che altrimenti filtrerebbe le emozioni con usuale, razionale vivisezione, ma io il senso del mondo, il mio senso, lo sento davvero. Forte. Fortissimo.

Leggevo qualche ora fa le riflessioni di una persona che conosco, poco a dire il vero, e che poneva tantissime domande. Erano anche belle alcune, provocatorie, ma non sono riuscita a commentare, perché l’unica cosa che mi veniva in mente di scrivere nel commento, probabilmente non gli sarebbe piaciuta.

Non si possono cercare negli altri le risposte. Ognuno ha le sue, ed alla stessa domanda, ci potrei scommettere, ognuno avrà la sua personale ricetta, peculiare soluzione, diversa, opposta, certamente non la tua, non la risposta che cerchi.
Potrebbe essere simile, ma non sarà mai la tua, mai uguale, perché il tempo che intercorre tra il momento in cui “senti” ed il momento il cui “realizzi il tuo stesso stupore” è davvero troppo personale, così singolare che se per alcuni è un piccolo, piccolissimo attimo, per altri può essere lungo una vita.

Buonanotte. Chiudo gli occhi anche io.

Era Ora. Via dalle Palle.

Dunque, il layout del mio blog è na schifezza, le wigget non fungono ma io non mi arrendo.

Sono due cavolo di anni che volevo scrivere questo post quindi ora vi tocca. Alcuni di voi, un paio di anni fa, hanno assistito ad uno scambio pietoso di insulti sul mio blog, da parte del mio Ex. Più che scambio un monologo.

Ecco, per tanto tempo non ne ho scritto, ne ho commentato perché non volevo dargli modo di pensare che mi importasse qualcosa e quindi dargli spago. Proprio non lo sopportavo più.

Finalmente dopo due anni di silenzio, e allegramente quasi certa che non legga più il blog, posto il mio commento di risposta alle sue schifezze e bugie. Non è che mi importi di lui, ma vorrei almeno a voi, amici di blog, dare un pò di soddisfazione e spiegare i fatti a modo mio, visto che questo, dopotutto, era ed è il mio Blog.

Caro penoso Pippo, Antonio, come cazzo ti pare.

No, non ti ho lasciato perché non ti sapevo reggere, tu poverino, così fragile ed io meschina.

Ti ho lasciato perché, ci ho messo tanto per capirlo, ma non sei una bella persona.

Ti ho lasciato perché sei invidioso, egoista ed egocentrico. Accusi gli altri di possedere i tuoi difetti, che se fossero solo difetti uno magari capirebbe. Ma la tua invidia non è un difetto, è un crimine. Il tuo egoismo è un crimine, il tuo egocentrismo è disgustoso.

Mi hai fatto a pezzi, ero il tuo straccetto, soggetto a tutti i tuoi stati umorali. Ciò nonostante non riuscivi ad essere felice dei miei successi, degli amici che avevo, delle persone che mi volevano bene. Distorcevi la realtà a tuo piacimento: accusavi me di egocentrismo solo perché avevo successo sul palco, ti rubavo i riflettori, evidentemente.

Mi hai rovinato tutti i compleanni passati insieme, anche quelli che amorevolmente avevo organizzato per te. Hai rovinato con le tue urla isteriche e infantili tutti i viaggi fatti insieme, i miei sogni.

Ti ho lasciato perché sei una bestia che si nasconde dietro i problemi per poter fare e dire di tutto e  tutti anche contro i tuoi unici e pochi più cari amici.

Ti ho lasciato, perché, aveva ragione mio padre, eri un cancro nella mia vita  e stavi andando in metastasi.

Ti lasciato perché volevi una madre, non una donna, e pretendevi che io subissi le tue angherie, perché una madre lo fa.

Ma io no, caro ignobile Pippo.

Non ti ho lasciato perché eri una persona problematica, ma perché eri una persona cattiva. Una persona meschina, che da bravo ( e manco tanto bravo, ignorantone che ti atteggi e non sai leggerti un libretto di 20 pagine per preparare un esame) PSICOLOGO, hai preso tutti i miei punti deboli e con quelli hai scardinato tutte le mie certezze.

Ti ho lasciato perché al funerale di mio padre mi hai lasciato e poi come niente fosse sei tornato un mese dopo, con la coda tra le gambe, a implorare perdono.

Ti ho lasciato perché quel perdono non lo meritavi, e me lo hai riccamente provato, con la tua cattiveria.

Ti ho lasciato perché ti sentivi sto Cazzo e non valevi nulla.

Ti ho lasciato perché meritavo di più, non un mediocre, un gretto come te.

Ti lasciato perché non ti amavo più.

Semplice, senza fronzoli.

E Ora vaffanculo.

Ecco. Ce l’ ho fatta.

E ora si che mi sento incredibilmente meglio!

Abbiate pazienza, ci ho messo due anni, lo sapete che sono un po’ lenta.

Buon anno a tutti!

Silenzio.

Un piccolo post per spiegarvi la mia assenza.
Non è un buon periodo, mi manca scrivere ma ultimamente tutti i post che mi vengono in mente sono incredibilmente tristi.
Mi vergogn
o un pò.

Quando scrissi a mio padre, gli promisi che sarei stata incredibilmente felice, ed invece, passo le notti a piangere, nascosta da occhi indiscreti.

Passo le giornate a far finta che tutto vada bene ed attendo spazi per me dove poter star sola col mio dolore, un ombrello che sembra seguirmi ovunque vada.

Ecco.

Non sono riuscita a mantenere la promessa.
Tutto qui.

Perdonate l’ assenza.

Mi mancate molto.
Starò bene.


Datemi signori, il senso del mondo.






"Prontuario per il brindisi di Capodanno" di Erri
De Luca




Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,


cucina, albergo, radio, fonderia,


in mare, su un aereo, in autostrada,


a chi scavalca questa notte senza un saluto,


bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,


a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,


a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,


a chi non è invitato in nessun posto,


allo straniero che impara l’italiano,


a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,


a chi si è alzato per cedere il posto,


a chi non si può alzare, a chi arrossisce,


a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,


a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,


a chi ha perduto tutto e ricomincia,


all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,


a chi è nessuno per la persona amata,


a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,


a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,


a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,


a chi restituisce da quello che ha avuto,


a chi non capisce le barzellette,


all’ultimo insulto che sia l’ultimo,


ai pareggi, alle X della schedina,


a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,


a chi vuol farlo e poi non ce la fa,


infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera


e tra questi non ha trovato il suo.”


C’è stato un tempo in cui sul
blog scrivevo solo cose di una certa leggerezza.

Questo tempo sembra essere finito
da un po’.

 

A. sta morendo.

Lo so da tempo, so che era
inevitabile, ma vederlo spegnersi, vedere spegnersi i suoi occhi e la voglia di
lottare fa un male che disintegra anche la più solida delle pietre.

Anche una granitica come me.

Il 2009 è stato un anno,
forse uno dei pochi che vorrei cancellare dai calendari. E’ finito e ad
attendermi ce n’è un altro ancora molto duro, a quanto pare.

Io almeno, credo, salvo
contrattempi, di avere da vivere ancora un po’.

Io almeno posso sperare di
poterlo fare, di svegliarmi anche domani, e domani ancora progettare, vivere.

 

La vita, già.

Quest’alito così delicato che
ci portiamo dentro, non si sa bene dove e come, ma c’è ed tutto ciò che
abbiamo.

Questo soffio di perfezione
cosmica sta scivolando via da lui. Ed io non posso far altro che stare a
guardare, lentamente, giorno dopo giorno.

 

E mi chiedo perché la morte
debba essere così meschina.

Perché ci avverte con lunghe
malattie, perché non ci avverte con la morte prematura e improvvisa.

Perché insomma, che bisogno c’è
di morire.

 

Quel padre e quel figlio si
stanno ritrovando qui, nel purgatorio dei morenti.

Era davvero questo ciò di cui
avevano bisogno?

La morte del padre aiuterà il
figlio a far pace con la vita?

 

Riuscirò io così piccina,
così emotiva, ad essere forte per tutti e due quando arriverà il momento di
dirsi addio senza esserselo detto?

Riuscirò a sostenere questo
figlio fragilissimo che dalla vita avrebbe voluto solo l’amore di suo padre?

Riuscirò io a sostenere
questo padre così orgoglioso e così impaurito?

Riuscirò io, proprio io che
sola a casa piango più di quei due ometti messi insieme?

 

 

Ieri sono stata con loro,
padre e figlio.

Una strana sensazione di
appartenenza, pur non appartenendo io, a questa famiglia.

Credo che sia per colpa di
quei suoi occhi, che mi ricordano gli occhi di mio padre.


Gli ho sistemato le lenzuola arrotolate, il pigiama, 
come a un bimbo, e lui impacciato sembrava vergognarsi ma sorrideva. Quel sorriso
non me lo dimenticherò.

Non posso fare molto contro
questa cazzo di morte, me ne devo fare una ragione. Però non riesco a non fare
tutto ciò che più posso per stare vicino a questi due uomini così piccini, così
maldestri nei loro sentimenti.

 

Anche loro, in fondo, come il
mio papà, fanno fatica a sentire il valore che hanno dentro e non sanno neanche
di possedere.

 

La gemma nel
vestito

 

C’era una
volta l’India, un paese lontano lontano, dove le strade erano piene di polvere
e chi era ricco era ricco sul serio e chi era povero era povero veramente e
c’era un uomo che  possedeva solo le vesti che indossava e girava il paese
cercando fortuna ed elemosinando del cibo. Un giorno un uomo, pieno di polvere
e di fatica e tanto povero da non ricordare più il sapore del vino e del cibo,
giunse alla casa di un vecchio amico.


L’amico lo fece accomodare, gli fece stendere le gambe e riposare le membra,
gli fece adagiare le braccia su morbidi cuscini; gli offrì piatti raffinati,
insaporiti e arricchiti dai mille profumi e sapori di tante spezie, specialità
di quel paese lontano. E gli versò del vino che scese nella sua gola come un
nettare divino, come ambra, come un magico liquido celeste. L’uomo povero si
ubriacò e subito si addormentò. L’amico lo guardava dormire, provando pena per
lui; decise di aiutarlo.


Ma in quel mentre giunse, accaldato per la corsa e per l’affanno, un messaggero
del maharajà, che gli riferì che lo si richiedeva per importanti affari in una
città lontana. L’amico, però, prima di andare via si avvicinò all’uomo ubriaco
e addormentato e cucì nella sua veste un gioiello di rara bellezza e forma e di
grande valore, certo che al suo risveglio l’uomo lo avrebbe trovato e che
avrebbe così iniziato una vita diversa, fatta di vesti nuove e cibo e bevande
tutti i giorni e la certezza di poter dormire in un giaciglio comodo e caldo. E
di poter abbracciare, la notte, l’amore; di poter infine eccellere in un campo,
come è dato a ogni uomo e a ogni donna che viva nel benessere. L’uomo però al
suo risveglio non si accorse di nulla: si mise in viaggio per altre regioni del
suo grande paese senza sospettare di essere ricco, con le sue vesti logore, e
come unica proprietà un recipiente di latta.


Giunse in una città e incontrò un bambino magro magro, con gli occhi grandi e
il corpo scheletrico: avrebbe voluto aiutarlo, avrebbe voluto regalargli del
latte, scaldarlo con dei panni caldi, ma non poteva fare niente: si sentiva le
mani vuote e il cuore gonfio di pena. Lo guardò andare via, sulle sue gambine
malferme, mentre lo salutava con i suoi occhi grandi e gentili. Giunse in
un’altra città dove rimase a lungo: in quel paese nessuno dava l’elemosina, non
c’erano monasteri o luoghi di ricovero per i poveri e l’uomo era talmente
debole che non riusciva ad andare via, ad affrontare la strada per trovare un
posto migliore. Si nutriva di bacche ed erba, ma più spesso assaggiava la
polvere della strada. Proprio qui lo incontrò il suo antico amico che gli
disse: «Che cosa assurda, vecchio mio! Come mai ti sei ridotto così per
procurarti da mangiare e vestire?». Gli porse il braccio e lo aiutò ad alzarsi;
lo accompagnò al suo serraglio dove lo attendevano servitori, e cibo fresco e
vesti pulite. Allora, dopo che l’uomo si fu rifocillato, ebbe mangiato a
volontà e bevuto, dopo che si fu lavato e cambiato, l’amico prese la vecchia
veste dell’uomo e gli mostrò, ancora là dove lui stesso l’aveva cucito, il
gioiello di inestimabile valore, di grande purezza e bellezza. «È sempre stato
qui e tu non lo sapevi, amico mio», gli disse. «Eri ricco e lo sei anche
adesso».


L’uomo povero non credeva ai propri occhi: il gioiello riluceva tra le sue mani
e in un attimo vide tutto ciò che avrebbe potuto essere: del cibo caldo per il
bambino dagli occhi grandi e gentili; vesti per tutti i poveri della città;
banchetti sontuosi nei quartieri più poveri; e poi canti, danze, letture,
poesie, tutto ciò che rende la vita più bella quando il cibo e le vesti non
mancano. E lui aveva avuto con sé da tanto tempo questa fonte inesauribile di
benefici senza accorgersene.


«Che stupido sono stato! – esclamò abbracciando l’amico – Ero così abituato
alla mia misera condizione che non cercavo in alcun modo di trasformarla.
Adesso capisco che la ricchezza e la felicità non stanno in un qualche posto
lontano e irraggiungibile ma fanno parte della vita. Basta solo scoprirle».

 

 

 

Ora, a dirla tutta, a essere
onesti,  anche io mi sento povera, , in questo
momento della mia vita. Diciamo che sono rimasta con pochi spicci viste le spese del 2009.

Eppure so che posso e che devo andare a trovare quel
gioiello dentro me stessa per nutrire questi due bimbi tenerissimi.

Io sono fortunata. Io ho un
mezzo. Loro nessuno. Nemmeno uno che funzioni male, o funzioni poco.

Nessuno.

 

 

Ma io, che devo fare?

Che posso fare?

L’unica cosa che so, è che non posso farlo io per loro e non
posso far smettere di morire le persone.

 

Brutta cosa crescere, d’un tratto di accorgi che hai perso i
tuoi poteri magici, e non sai quando sia successo.

O forse si.

 

 

E so che c’è un senso, lo so, lo sento, ma quale esso sia, porta
con se anche tanto dolore.

 

Datemi, Signori il senso, il senso del mondo.